L’esodo albanese a Brindisi e Ceuta

Gli sbarchi del ’91 sembravano un’emergenza. Oggi i dati raccontano di un fenomeno strutturale e ricordano all’Italia, che sull'exclave spagnola ha agito in base alla paura e non alla realtà, che di migranti ha bisogno

15 AGO 26
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7 marzo 1991: di fronte al porto di Brindisi si staglia la sagoma di due navi mercantili in avvicinamento zeppe di poveri cristi che rischiano di farle colare a picco con tutto il loro carico umano: 7.500 persone, tante quante quelle navi non ne avevano viste in tutta la loro comunistica esistenza. Crollato nel dicembre dell’anno prima dopo quattro infiniti decenni il regime di Enver Hoxha, gli albanesi non avevano indugiato oltre e si erano messi in mare per fuggire dalla miseria e lasciarsi alle spalle anche il ricordo di un comunismo insieme cupo e ridicolo, spietato e patetico e tanto più cupo e spietato quanto più ridicolo e patetico. Si calcola che nei primi giorni degli sbarchi almeno 20 mila albanesi, forse 30 mila, ce la facessero a trasbordare armi e bagagli da quest’altra parte del mare. Non si trattò di un esodo di 70 mila come a Ceuta due settimane fa, non lo fecero a nuoto, ma sulle bagnarole più scalcinate che si fossero mai viste; ma fu pur sempre il più massiccio sbarco di clandestini sulle coste di un paese europeo. Da noi.
L’Italia aveva appena firmato la convenzione di Schengen – l’area di libera circolazione oggi più estesa al mondo che comprende oltre 450 milioni di persone – dopo che già lo avevano fatto Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, e prima che nel 1992 lo facessero Spagna, Portogallo e Grecia. Anche volendo, dunque, la Spagna di allora non avrebbe potuto sospendere Schengen per il timore che una parte dei profughi albanesi dopo l’Italia arrivasse fin là. Ma il comportamento del governo italiano in risposta ai 60 mila di Ceuta è anomalo: a) non essendo l’Italia mai ricorsa prima di oggi alla sospensione di Schengen se non per ragioni di sicurezza internazionale in occasione di G7 e G8. E b) considerando la lontananza di Ceuta dalle nostre coste. Questa paura di massicci sbarchi clandestini che non ci saranno ha molto del profumo elettorale e poco della realtà, anche perché i 60 mila di Ceuta si sono ridotti a poche migliaia nel giro di giorni. L’Italia, che ha alle spalle l’esodo albanese e davanti a sé un estremo bisogno di immigrati per tenersi, a proposito di mare e sbarchi, semplicemente a galla farebbe bene ad avere una più salda percezione della realtà. Ma davvero quello albanese fu un esodo? Ricorriamo, per rispondere, alle componenti essenziali della presenza albanese in Italia, ovvero: a) gli albanesi che alla data di oggi risiedono legalmente in Italia e, b), gli albanesi che nel tempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana.
All’inizio del 2025 gli albanesi legalmente residenti in Italia erano 414 mila, dopo aver raggiunto la punta massima di 488 mila unità nel 2014. Ma tra il 2014 e il 2024 hanno acquisito la nazionalità italiana oltre 320 mila albanesi. Cosicché si capisce bene che la contrazione di 74 mila albanesi residenti in Italia tra il 2014 e il 2024 si è verificata proprio perché un numero crescente di loro è venuto acquisendo nel frattempo la cittadinanza italiana. Ciò è tanto vero che gli albanesi che hanno acquisito nel periodo 2014-2024 la cittadinanza italiana è superiore di quattro-cinque volte alla contrazione subita nel frattempo dagli albanesi legalmente residenti in Italia. Ma il computo degli albanesi che hanno acquisito la cittadinanza italiana deve includere anche tutti gli anni precedenti il 2014 e lo stesso 2025, per il quale si possiede solo una stima di almeno 200 mila cittadinanze italiane acquisite complessivamente dall’insieme degli immigrati in Italia. Da tutte le informazioni (dati, ma non solo) che è possibile recepire al riguardo è ragionevole stimare le acquisizioni di cittadinanza italiana da parte degli albanesi in almeno 460 mila, 140 in più delle 320 acquisizioni di cittadinanza nel periodo 2014-2024 per il quale si hanno dati precisi. Sommando questa seconda alla posta degli albanesi legalmente residenti in Italia è immediato vedere che poco meno di 900 mila albanesi hanno scelto l’Italia o in quanto vi abitano legalmente o in quanto hanno acquisito la cittadinanza italiana.
L’Albania è in questa particolare contabilità superata solo dalla Romania e affiancata, quasi alla pari, dal Marocco. Ma se la Romania ha ben 1,1 milioni di cittadini rumeni residenti legalmente in Italia, vanta però meno di 200 mila acquisizioni di cittadinanza italiana da parte di questi ultimi: e la grande differenza tra le due poste sta a significare una scarsa propensione dei rumeni residenti in Italia ad acquisire la cittadinanza italiana, per evidentemente preferire la prospettiva del ritorno in patria non appena se ne creano i presupposti – che quasi sempre coincidono coi soldi risparmiati lavorando in Italia e sufficienti a impiantare una attività in Romania. Tutt’altro discorso per l’Albania: sono infatti di più le acquisizioni di cittadinanza italiana da parte di albanesi degli albanesi che hanno residenza in Italia, un superamento prima ancora simbolico che numerico-quantitativo, in quanto sta a indicare un’alta propensione degli albanesi, maturato il tempo o le condizioni necessarie per farlo, ad acquisire la cittadinanza italiana, a farsi italiani. Una tendenza opposta a quella dei rumeni e invece analoga alla propensione ad acquisire la cittadinanza italiana è riscontrabile tra gli immigrati dal Marocco. Anche dal Marocco è forte l’emigrazione in Italia, stimabile in poco meno di 850 mila unità, distinte quasi a metà tra marocchini legalmente residenti in Italia e marocchini che hanno acquisito nel tempo la cittadinanza italiana.
Ma il Marocco ha 38 milioni di abitanti, quasi 22 milioni ne ha la Romania, mentre l’Albania ha appena 2,7 milioni di abitanti. Ed è in rapporto alla popolazione dei rispettivi paesi che le differenze tra gli immigrati in Italia da questi stessi paesi diventano enormi. Perché i marocchini in Italia, tra quanti vi risiedono e quanti ne hanno acquisito la cittadinanza, rappresentano il 2,3 per cento della popolazione del Marocco; il 5,8 per cento della popolazione della Romania rappresentano i rumeni in Italia, mentre gli albanesi in Italia rappresentano addirittura il 32 per cento della popolazione dell’Albania: tutto un altro ordine di grandezza. E mentre le prime due percentuali fanno semplicemente pensare a un’emigrazione considerevole verso l’Italia (più duratura quella dal Marocco, più contingente quella dalla Romania) la percentuale dell’Albania fa appunto pensare più ancora che a un’emigrazione massiccia a qualcosa che se proprio non è un esodo certamente dell’esodo possiede alcuni caratteri: a cominciare, appunto, da quello che gli emigrati albanesi in Italia manifestano una propensione molto alta a farsi italiani, acquisendo la cittadinanza italiana non appena possono farlo.
Dunque – sì – non certo casualmente si stagliarono all’orizzonte, in avvicinamento verso il porto e la città di Brindisi, le due navi straripanti di albanesi in quel lontano 1991, raccontate poi dal film “Lamerica” di Gianni Amelio nel 1994. Non casualmente perché l’emigrazione dagli albanesi non si è più fermata e dalle 10 mila persone di allora è lievitata fin quasi alle 900 mila di oggi. Non troppi per l’Italia, che di immigrati ha bisogno, ma magari per l’Albania sì. Perché è difficile pensare che l’Albania, con una popolazione di 2,7 milioni di abitanti, possa consentirsi di perdere, come ha fatto nel triennio 2022-2024, ultimo anno di cui si conoscono i dati, ben 110 mila cittadini che hanno lasciato la cittadinanza albanese per acquisire quella italiana senza, peraltro, che la popolazione albanese residente in Italia si sia ridotta nel frattempo neppure di un decimo di quella cifra – cosicché si capisce bene che il flusso degli albanesi verso l’Italia è tutt’altro che esaurito. Un flusso che, continuasse in futuro com’è stato fino ad oggi, rischierebbe di tradursi in una autentica spoliazione dell’Albania segnatamente delle sue forze produttive e riproduttive migliori. E l’Albania ha di che stare bene attenta a quel che fa quanto a politica migratoria perché la storia, da quand’è finito il comunismo, parla un chiaro linguaggio numerico per i suoi governi e le sue classi dirigenti. Chiusa l’era Hoxha l’Albania è infatti passata dai 3,3 milioni di allora ai 2,7 di oggi con una perdita di quasi il 20 per cento della popolazione del tutto imputabile all’emigrazione e segnatamente se non proprio in misura esclusiva a quella verso l’Italia. L’emigrazione, che ha senz’altro aiutato l’Albania a uscire dal comunismo col rendere possibile un equilibrio tra risorse e abitanti altrimenti ben più problematico, potrebbe a lungo andare condannare l’Albania a uno stato di minorità qualora erodesse in misura insostenibile le migliori risorse umane di quel paese. E, almeno a guardare alla cosa dall’Italia, è proprio questo ciò che potrebbe avvenire. Perché, come si è visto, l’emigrazione albanese in Italia tende ad essere per sempre, un’emigrazione senza ritorno.
Indice di questo carattere dell’emigrazione albanese in Italia è anche la sua fortissima caratterizzazione in senso territoriale-regionale. Si pensi che quei quasi 900 mila albanesi genericamente in Italia sono in realtà specificamente per il 65 per cento al Nord, per il 26 per cento al Centro e solo per il 9 per cento nel Mezzogiorno. Una così accentuata propensione per il Nord e, per converso, una così bassa preferenza per il Mezzogiorno, e per le Isole in modo particolarissimo, dov’è appena poco più dell’1 per cento degli albanesi in Italia, è il segno di una stanzialità a lunga scadenza dell’immigrazione albanese che cerca lavori, impieghi e attività stabili per mettere il più possibile radici in Italia. In questo senso, anzi, la dislocazione geografica degli albanesi in Italia, nel mentre ci mostra quanto essi cerchino di stabilizzarsi nel nostro Paese,rappresenta anche uno specchio tutto sommato fedele della così squilibrata capacità di attrazione esercitata dai sistemi economico-produttivi regionali italiani sulla forza lavoro che viene dall’estero. Il centro rimpatri degli immigrati irregolari di Gjader, in Albania, così controverso, discusso, avversato, ostacolato non può non essere visto anche in rapporto a tutto quel che abbiamo fin qui detto: una forma di collaborazione, e proprio in tema di flussi migratori, tra due governi e due paesi, l’Italia e l’Albania, che non possono viaggiare lungo rotte separate, che devono, in tema di migrazioni, ma non solo di migrazioni, dotarsi di alcune linee concordate di programmazione economico-sociale. Il paese che più si appoggia all’Italia per i suoi flussi migratori è anche quello che l’Italia ha individuato per scoraggiare l’immigrazione clandestina – che non può pensare di aprirsi la strada verso l’Europa se finisce in un Paese extracomunitario in attesa di estradizione.
Il punto da capire è che l’esodo dall’Albania all’Italia non conviene all’Albania e non conviene all’Italia. Conviene una programmazione a più ampio raggio che non può essere dei soli flussi migratori dall’Albania all’Italia, che deve regolare quei flussi senza spogliare l’Albania. L’esodo è dei tempi passati. Di oggi sono accordi di cui l’emigrazione è una componente che apporta vantaggi reciproci. Vero. E il governo si muove lungo questa linea. Ma da questa linea a sospendere Schengen per Ceuta francamente ce ne corre.