Politica
l'editoriale dell'elefantino •
Insensata la guerra con la Spagna. Parola d’ordine: indietro tutta
Italia e Spagna hanno interessi comuni in Europa, dissipare l’intesa per l’affare di Ceuta è un errore bislacco, un grido propagandistico che rimbomba come un gigantesco rutto. Meloni non può smentire così la sua politica dell’immigrazione
9 AGO 26

Foto Lapresse
La guerra Italia-Spagna è totalmente insensata. Meloni deve difendersi da Vannacci, ma così ne fa un eroe, l’uomo che con la sua sola minacciosa presenza garantisce la rovina delle relazioni intraeuropee. Sánchez deve badare a Vox e ai popolari, deve badare alla magistratura, tutti soggetti che minacciano di mangiare la pappa in testa a un governo di minoranza che non è in grado di fare la legge finanziaria da tre anni (il segreto dell’espansione economica spagnola?). L’uso strumentale della politica estera è una baggianata, di più, è un modo di darsi la zappa sui piedi. Italia e Spagna hanno interessi comuni in Europa, dissipare l’intesa per l’affare di Ceuta, un’invasione a nuoto di ragazzini con cento morti, che avrebbe meritato solidarietà e richiesta di rimpatrio da parte del paese di Lampedusa, ma non la chiusura di Schengen, è un errore bislacco, un grido propagandistico che rimbomba come un gigantesco rutto. La ritorsione di Madrid è un altro caso di risposta a singhiozzo, una piccola vendetta castigliana che peggiora le cose e danneggia perfino il flusso bilaterale del turismo. Questo è forse il particolare minore. Ma la posizione di Sánchez, su tutto, sulle armi, sulla pace, su Gaza, sui palestinesi, su Israele, sulle basi per l’Iran, è poco meno di una mascalzonata, è lui che sta insegnando a tutti come si piega a scopi di propaganda la retorica antibellicista e la logica di resa perfino davanti a un pogrom, e gli spagnoli sanno di che cosa si tratta.
Il governo italiano ha gravemente sbagliato, offrendo il destro per vaneggiamenti patriottardi di vario conio, italiani e spagnoli, di cui l’Europa, nelle condizioni grottesche in cui si è messa, non aveva certo bisogno. Avrebbero dovuto ascoltare Tajani, il ministro degli Esteri saggio e assennato, e non Salvini, il ministro dei Trasporti che fa della politica estera una salamella e il cui ricordo perenne è affidato al celebre comizio pro Ucraina (un fake) in cui fu sputtanato a vantaggio di telecamere mondiali con l’esibizione della maglietta di Putin, quel Salvini che insidia Piantedosi, il ministro dell’Interno, e vuole fargli le scarpe per esibirsi nella campagna elettorale oggi straperdente della Lega. La politica ne può fare molte, di cose grossolane e anche ignobili, ma non andare contro la ragion di stato, non smentire una delle principali acquisizioni del governo Meloni, l’impostazione di una politica dell’immigrazione da movimento conservatore lontano dai ragli d’asino dei Maga e del trumpismo più abietto, vicino a una vera egemonia nell’Europa unionista percorsa dai populismi e dai vannaccismi di vario conio.
Gli errori si possono correggere. Non è mai troppo tardi. Insistere, perseverare, può risultare diabolico, controproducente a tutti gli effetti. Meloni sull’immigrazione ha avuto un nemico insidioso, la magistratura che si è messa a fare del finto umanesimo libertario con le paure degli altri, non la Spagna. E nell’Unione di Bruxelles ha o aveva un alleato prezioso. Sacrificare questo dato di realtà sull’altare della propaganda non corrisponde a una visione professionistica del governo nazionale, che è il tratto meno effimero dell’esperienza Meloni, della guida di destra della coalizione con i centristi di Forza Italia e con gli smoderati del salvinismo, che hanno tutto da guadagnare, loro sì, da un incrudimento fallace della piattaforma antinvasionista, fino alla legittimazione della orrenda remigrazione sbandierata dalla stampa reazionaria. Avanti marsc’? No, indietro tutta dovrebbe essere la parola d’ordine.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

