Convergenze strategiche ed economiche in medio oriente

Secondo Dan Marconi, cofondatore di Bride Legacy, gli investimenti nell'innovazione stanno cambiando il sistema di alleanze del Golfo. Così la regione più contesa del mondo si sta trasformando a sua volta in una potenza globale
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Foto ANSA

Tel Aviv. Se l’obiettivo strategico dell’Iran era impedire il consolidamento di un nuovo ordine regionale guidato da Stati Uniti e Israele, il risultato sembra essere l’opposto: è in corso un consolidamento dei legami tra le monarchie del Golfo che si stanno sempre più “occidentalizzando” mentre l’occidente, paradossalmente, si “mediorientalizza”. Lo racconta al Foglio Dan Marconi, cofondatore di Bridge Legacy, società di consulenza e di pianificazione giurisdizionale con headquarter a Dubai e uffici a Ginevra, San Paolo e Tel Aviv.
Secondo Marconi – che vive tra Dubai e San Paolo – dal punto di vista emiratino la strategia adottata da Teheran ha finito per accelerare un processo di integrazione economica, tecnologica e strategica tra Israele e le monarchie arabe che, a differenza dell’occidente, lo guardano come un modello di accelerazione tecnologica e finanziaria. Per rispondere all’offensiva di Washington, Teheran ha scelto di colpire Emirati, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, alienandosi il proprio vicinato e spingendolo dall’altra parte: “Mentre l’occidente importa immigrati per far fronte alla mancanza di manodopera, il medio oriente importa cervelli per accelerare la propria avanzata economica e tecnologica, in cui Israele si conferma il principale polo d’innovazione, mentre le monarchie del Golfo ne rappresentano il motore finanziario. Insieme, stanno costruendo un ecosistema fondato su ricerca scientifica, infrastrutture e investimenti. Questa è la ragione per cui il medio oriente non potrà restare a lungo il principale teatro delle crisi internazionali. Quella che oggi è la regione più contesa, dove le tre superpotenze, Stati Uniti, Cina e Russia, si affrontano, contendendosi altre possibili alleanze, è destinata a diventare a sua volta una superpotenza a pieno titolo. I mercati stanno già anticipando questa trasformazione: nonostante quasi tre anni di conflitto, la Borsa di Tel Aviv ha più che raddoppiato il proprio valore rispetto a prima del 7 ottobre, e lo shekel è tra le valute più forti su scala globale. Questo rispecchia una visione in linea con le leadership del Golfo, che ragionano su orizzonti trentennali e pianificano una diversificazione economica volta a far fronte alla fine dell’èra del petrolio, isolando lo Stretto di Hormuz. Se gli Accordi di Abramo non sono ancora stati estesi a tutti i paesi del Golfo, la collaborazione economica, tecnologica, e di intelligence appare oggi, di fatto, molto più avanzata della diplomazia ufficiale”.
In questo contesto assume grande rilievo il progetto Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor) destinato a collegare India, Penisola arabica, Israele ed Europa con reti ferroviarie, portuali, energetiche e digitali: “Più che un’infrastruttura commerciale, questo è un progetto geopolitico fondato sull’interdipendenza economica, come strumento di stabilizzazione regionale. Questa trasformazione strategica avverrà anche attraverso l’intelligenza artificiale: Emirati, Arabia Saudita e Qatar stanno investendo miliardi di dollari nella costruzione di data center e infrastrutture di calcolo. Una parte significativa delle principali piattaforme di intelligenza artificiale occidentali riceve capitali dai fondi sovrani del Golfo, che non si limitano ad acquistare partecipazioni finanziarie, ma puntano a localizzare sul proprio territorio la capacità industriale necessaria per lo sviluppo delle tecnologie del futuro”.
Il risultato, dunque, è l’emergere di un nuovo asse strategico tra Stati Uniti, Israele ed Emirati, accomunati dall’investimento in innovazione, capitale umano e sviluppo tecnologico: “In questo contesto di nuove alleanze si affacciano altri due protagonisti cruciali. L’India, oggi il paese più popoloso del pianeta, che punta da decenni sulla ricerca tecnologica, destinata a diventare il terminal orientale di questa nuova architettura economica. E l’America latina, guidata soprattutto, sia per popolazione sia per investimenti finanziari, dal Brasile. In questa regione, peraltro, emergono sempre di più iniziative come gli Accordi di Isacco, promossi recentemente tra Israele e Argentina, che a differenza di quelli di Abramo, centrati su un ponte tra ebraismo e islam, puntano al rafforzamento dei legami con il mondo cristiano, per ampliare la cooperazione tra America del sud e medio oriente. Se questa traiettoria dovesse consolidarsi – conclude Marconi – una prosperità condivisa si sostituirà alla logica delle guerre per procura, garantendo una pacificazione regionale duratura".