La pace non si costruisce sacrificando la sovranità dei più deboli

Che cosa non torna nel saggio di Andrey Melnichenko che si presenta come un appello alla costruzione di una nuova architettura di sicurezza europea


20 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 07:39
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Foto Epa, via Ansa

Il saggio pubblicato dall’Economist e firmato dall’oligarca russo Andrey Melnichenko, intitolato “Why a Broken Russia Is Bad for the World”, si presenta come un appello al realismo geopolitico, alla stabilità internazionale e alla costruzione di una nuova architettura di sicurezza europea. Dietro questa apparente ricerca di equilibrio si cela però una narrazione che ripropone proprio quella logica che, negli ultimi decenni, ha contribuito a minare la sicurezza del continente. Rappresentando la Russia come una grande potenza incompresa, la cui sovranità sarebbe oggi minacciata, il testo sposta l’attenzione dalla questione centrale: la sistematica negazione, da parte di Mosca, della sovranità dei propri vicini. L’autore sostiene che la guerra in Ucraina sia il risultato del crollo della fiducia reciproca e dei meccanismi condivisi di sicurezza. E’ una ricostruzione che ribalta la sequenza dei fatti. I rapporti tra Russia e occidente non si sono deteriorati per un’improvvisa erosione della fiducia o per il semplice indebolimento delle istituzioni internazionali. Si sono incrinati perché la Russia ha violato ripetutamente i princìpi su cui si fondava l’ordine globale del dopoguerra fredda, fino ad arrivare all’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022. Molto prima di allora Mosca era già intervenuta militarmente in Moldova, Georgia e nella stessa Ucraina nel 2014. Eppure, la risposta occidentale fu spesso improntata alla ricerca del compromesso piuttosto che dello scontro. In diversi casi la Russia venne persino investita di ruoli diplomatici privilegiati: in Abkhazia le sue truppe costituirono il nucleo delle missioni di pace nonostante il coinvolgimento diretto nel conflitto; in Moldova fu accettata come mediatrice nell’ambito dell’Osce mentre sosteneva apertamente la Transnistria. Più che un atteggiamento ostile verso Mosca, questi episodi dimostrano quanto l’occidente abbia spesso tollerato le violazioni russe del diritto internazionale.
Analoga distorsione emerge quando il saggio descrive Ucraina e Russia come popoli appartenenti a un medesimo spazio storico. Una simile rappresentazione oscura secoli di dominazione imperiale. La storia ucraina non può essere ridotta a una semplice convivenza all’interno di una comune civiltà. Gran parte di quello “spazio condiviso” è stato costruito attraverso conquiste, colonizzazione, assimilazione forzata e repressione dell’identità politica e culturale ucraina. La guerra in corso è quindi, prima di tutto, il tentativo di una nazione già colonizzata di preservare la propria indipendenza dall’antico dominatore. Solo successivamente il conflitto ha assunto una dimensione più ampia nei rapporti tra Russia e occidente.
L’articolo rimpiange ripetutamente la fine di un sistema di sicurezza che avrebbe garantito la convivenza tra le grandi potenze. Omette però un elemento fondamentale: quella stabilità si fondava spesso sulla limitazione della sovranità degli stati situati tra esse. Per gran parte dell’Ottocento, durante la Guerra fredda e persino dopo il 1991, gli interessi dei paesi più piccoli sono stati frequentemente trattati come negoziabili. Il vero fallimento dell’ordine europeo non consiste quindi nell’incapacità di tutelare lo status della Russia, bensì nell’incapacità di garantire la piena sovranità degli stati ex-sovietici.
Particolarmente problematica è poi l’affermazione secondo cui la sovranità russa sarebbe oggi il bersaglio delle politiche occidentali. Non esistono elementi concreti a sostegno di questa tesi. Nessun governo occidentale ha mai proposto di occupare la Russia, smantellarne lo Stato o negarne la sovranità giuridica. Sanzioni economiche, isolamento diplomatico e sostegno militare all’Ucraina rappresentano una risposta alle violazioni del diritto internazionale da parte di Mosca, non un tentativo di cancellare la Federazione Russa. Al contrario, è stata la Russia a limitare sistematicamente la sovranità dei paesi confinanti attraverso interventi militari, coercizione economica, manipolazioni con i conflitti congelati e pressioni politiche.
Il saggio sostiene che la sicurezza ucraina non possa essere costruita negando la sovranità della Russia, senza però indicare alcun episodio in cui Kyiv abbia realmente limitato quella sovranità. Al contrario, per decenni l’Ucraina ha assecondato le richieste di Mosca. Ha accettato la permanenza della Flotta russa del Mar Nero in Crimea attraverso accordi di locazione di lungo periodo, mantenuti anche dopo essere stati rinegoziati alla fine degli anni Duemila sotto la forte pressione economica esercitata dalla Russia attraverso la cosiddetta “diplomazia del gas”. Nonostante queste concessioni, la risposta russa è stata l’annessione della Crimea, la guerra nel Donbas e infine l’invasione del 2022.
Altrettanto debole appare l’argomento secondo cui una pace duratura richiederebbe il pieno riconoscimento della sovranità “da entrambe le parti”, poiché solo stati sovrani sarebbero in grado di rispettare gli accordi. La storia dimostra il contrario. La Russia ha sottoscritto numerosi trattati riconoscendo l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina, dal Protocollo di Alma-Ata al Memorandum di Budapest, fino al Trattato di amicizia del 1997 e all’accordo sul confine di Stato del 2003. Il problema non è mai stata la disponibilità ucraina a negoziare, bensì la sistematica violazione degli impegni liberamente assunti da Mosca. L’articolo attribuisce inoltre all’occidente l’obiettivo di voler distruggere o ridimensionare radicalmente la sovranità russa. Anche questa interpretazione non trova riscontro nella realtà. Le democrazie occidentali chiedono alla Russia di rispettare norme e trattati ai quali essa stessa ha aderito, dalla Carta delle Nazioni Unite all’Atto finale di Helsinki. Pretendere il rispetto del diritto internazionale non equivale ad attaccare la sovranità di uno Stato; significa, al contrario, difendere il principio secondo cui tutti gli Stati sovrani sono soggetti alle medesime regole.
Ugualmente discutibile è l’idea secondo cui una sconfitta russa in Ucraina comporterebbe inevitabilmente umiliazione nazionale o perdita della sovranità russa. L’obiettivo dell’Ucraina non è occupare il territorio russo né smantellare la Federazione Russa, ma ripristinare i confini internazionalmente riconosciuti, gli stessi che la Russia aveva formalmente accettato. Confondere il mantenimento dei territori conquistati con la difesa della sovranità significa trasformare l’aggressione in una condizione necessaria dell’esistenza stessa dello stato.
L’articolo sostiene inoltre che una Russia indebolita rischierebbe di finire in una posizione di subordinazione nei confronti della Cina, tracciando un parallelo con il rapporto tra l’Ucraina e l’occidente. Si tratta però di un confronto fuorviante, che ignora una differenza fondamentale: l’Ucraina conserva piena autonomia politica. E’ stata Kyiv a scegliere volontariamente il percorso di integrazione nell’Unione europea, un’organizzazione nella quale tutti gli stati membri godono della stessa dignità giuridica, indipendentemente dalle loro dimensioni. La dipendenza dell’Ucraina dall’assistenza militare occidentale non ha compromesso la sua sovranità; al contrario, la guerra ha probabilmente rafforzato sia l’identità nazionale ucraina sia la sua autonomia politica. Se la Russia dovesse diventare sempre più dipendente dalla Cina, ciò sarebbe innanzitutto il risultato dei fallimenti strategici di Mosca, a partire dall’invasione dell’Ucraina, e non della politica occidentale.
Infine, l’articolo presenta una possibile frammentazione della Russia come un rischio di cui l’occidente dovrebbe sentirsi responsabile. Ma la stabilità degli stati multinazionali dipende innanzitutto dalla qualità delle loro istituzioni, dall’autonomia riconosciuta ai territori e dall’equilibrio nella distribuzione del potere. Eventuali spinte centrifughe sarebbero il prodotto del modello fortemente centralizzato costruito da Mosca, non di decisioni prese all’estero. Non ci si può aspettare che attori esterni garantiscano l’integrità territoriale di uno Stato il cui sistema politico interno non riesce a riconoscerne e valorizzarne la pluralità. In conclusione, il saggio ripropone una logica ben nota nella storia europea: garantire la tranquillità delle grandi potenze sacrificando la sovranità degli stati più piccoli. E’ una logica che ha fallito ripetutamente. Ancora più preoccupante è il messaggio implicito che attraversa l’intero testo: accettare oggi le richieste della Russia per evitare che domani diventi ancora più pericolosa. Non è una proposta di pace, ma una forma di ricatto strategico che finisce per premiare l’aggressione.
La vera alternativa non è scegliere tra la sovranità della Russia e la stabilità dell’Europa. La Russia può rimanere uno stato pienamente sovrano rispettando, allo stesso tempo, la sovranità dei propri vicini e il diritto internazionale. La lezione della guerra in Ucraina è un’altra: una pace duratura non può essere costruita tornando alla politica delle sfere d’influenza o accettando che la sicurezza delle grandi potenze venga pagata con la libertà delle nazioni più piccole. Solo il principio dell’eguaglianza sovrana di tutti gli stati può costituire il fondamento di un ordine europeo realmente stabile.