Perché Israele resta immobile contro l'Iran

Gli israeliani non hanno bisogno di intervenire contro il regime, anche se la guerra è ricominciata. L'accordo fra americani e iraniani è lontano, basta rimanere a guardare

16 LUG 26
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È guerra, ma ancora americani e iraniani preferiscono non pronunciare la parola che cambia tutto. Il medio oriente è di nuovo sotto i missili e i droni, una pioggia diversa, più sporadica rispetto a quella che nei mesi scorsi ha travolto i paesi alleati degli Stati Uniti, ma altrettanto imprevedibile. Gli americani hanno ripreso a colpire l’Iran come prima, mentre gli iraniani mandano droni e qualche missile contro i paesi vicini e al centro di Teheran, in uno dei manifesti con cui il regime racconta la sua storia così come vuole che venga raccontata, è stato raffigurato Donald Trump disteso, su sfondo nero: è dentro una bara. 
Israele guarda, aspetta. Non è coinvolto a Hormuz, è lontano dalle reazioni di Teheran. Né gli iraniani né gli americani vogliono che Tsahal ricominci a muoversi, con i caccia israeliani in volo sarebbe difficile continuare a evitare la parola “guerra”. Ma Israele non risponde sempre alla volontà americana, se non decide di partecipare alle operazioni è perché non è interessato e la sua immobilità è già una prima reazione. Quando gli Stati Uniti hanno scelto di firmare il memorandum d’intesa con il regime iraniano, Israele temeva che fosse l’inizio di una capitolazione americana a tutte le richieste di Teheran. Erano iniziati i contrasti fra il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’Amministrazione americana, gli israeliani rivendicavano di poter iniziare la guerra contro l’Iran in qualsiasi momento, ma ora che un accordo appare lontanissimo, Israele non ha bisogno di partecipare agli attacchi, può stare fermo, immobile: il suo obiettivo non è in discussione, non ha bisogno di combattere per evitare che all’Iran venga regalata un’intesa vantaggiosa.
Netanyahu partirà per gli Stati Uniti nel fine settimana per partecipare ai funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, che non è mai stato d’accordo con il memorandum spinto e lavorato dal vicepresidente J. D. Vance. La visita è un modo anche per avvicinarsi a Trump, incontrarlo, parlare al presidente americano e dare un’immagine di forza, amicizia e alleanza. Per il momento non sono previsti incontri, ma la stampa americana ha indicato lunedì prossimo come data possibile per un vertice fra i due. Trump non vuole farsi trascinare in una guerra lunga, sa che elettoralmente non paga, ma ora non ha avuto scelta. Il fallimento del memorandum era scritto nel suo testo, in tutti i punti che riguardavano la riapertura dello Stretto di Hormuz. A Israele bastava attendere, come sta attendendo ora, guardando gli attacchi.