Con Graham sparisce un altro pezzo del vecchio Gop stremato da Trump

La morte del senatore della South Carolina: era uno dei pochi repubblicani rimasti che continuano a indicare Vladimir Putin come un nemico 


13 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 06:13
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Foto Ap via LaPresse

Poche vite politiche come quella vissuta da Lindsey Graham incarnano i tratti salienti dello stravolgimento che Donald Trump ha portato nel Partito repubblicano e in America. La sua storia era quella di un falco cresciuto con un solido pensiero neocon, un nemico della Russia e un forte sostenitore dell’impegno militare americano nel mondo, che si era ritrovato a tirare a campare a forza di compromessi e umiliazioni per sopravvivere nel nuovo ecosistema trumpiano. Qualcosa di molto simile alla posizione scelta dal segretario di Stato Marco Rubio che, come Graham, nel 2016 fu un avversario spietato di Trump nella campagna presidenziale, per poi arrendersi al vincitore e sottomettersi ai suoi capricci.
Graham, senatore della South Carolina in corsa per un quinto mandato, è scomparso nella notte tra sabato e domenica per un improvviso attacco cardiaco a 71 anni, come era già avvenuto a suo padre più o meno alla stessa età. Era appena rientrato da Kyiv, dove per l’ennesima volta gli era toccato il compito di cercare di rassicurare Volodymyr Zelensky sul sostegno americano, promettendo nuove sanzioni contro il Cremlino. Per il presidente ucraino, Graham era uno di pochi repubblicani rimasti che continuavano a indicare Vladimir Putin come un nemico a cui non si poteva lasciare libertà di movimento in Europa.
Una posizione condivisa con una generazione ormai quasi interamente spazzata via da Trump: quella dei leader silenziati ed emarginati come George W. Bush o Mitt Romney o scomparsi come Dick Cheney o John McCain, che era un amico storico e un alleato di ferro di Graham. Una pattuglia di vecchie glorie alla quale si potrebbero aggiungere l’ex leader del Senato Mitch McConnell, che da giorni è scomparso di scena e sarebbe in fin di vita, e l’ex candidato vicepresidente dei democratici Joe Lieberman, scomparso due anni fa, che in politica estera era una sorta di neocon “ad honorem” e concordava con i repubblicani sull’alleanza con Israele e la necessità di contrastare Russia, Cina e Iran.
Graham apparteneva a quell’establishment repubblicano che negli anni della presidenza di Barack Obama non aveva saputo gestire la rivolta interna al partito, lanciata dal movimento del Tea Party, e aveva finito per perderne il controllo. Finita l’era di Bush con la sconfitta di McCain nelle presidenziali del 2008, Graham e pochi altri erano emersi come possibili leader di un Grand Old Party disorientato e indebolito.
Fu questo gruppo dirigente a scegliere di affidarsi nel 2012 a Romney per cercare di impedire un secondo mandato a Obama, affiancandogli come candidato vicepresidente lo “speaker” della Camera Paul Ryan, ritenuto all’epoca l’astro nascente dei repubblicani. Fu invece una nuova sconfitta e l’inizio della fine per l’apparato tradizionale del partito, che stava per essere travolto e cancellato dal movimento Maga di Donald Trump. Alle elezioni per la Casa Bianca successive, nel 2016, Graham era nel gruppone di una quindicina di aspiranti presidenti repubblicani che comprendeva anche Rubio, Ted Cruz e Jeb Bush: tutti spazzati via da Trump e dall’ondata di populismo antisistema che lo portò alla vittoria.
Negli obituary che la stampa americana ha cominciato a sfornare all’alba di domenica, colta di sorpresa da una morte improvvisa, si ricordano le parole di fuoco che Graham – e molti altri repubblicani con lui – riservavano a Trump all’epoca di quella campagna elettorale: “Il più grande idiota del mondo”, “un demagogo”, “un pericoloso bigotto xenofobo”. Ma dopo la vittoria quasi tutti si misero al servizio del presidente. Graham ebbe un sussulto di orgoglio il 6 gennaio 2021, subito dopo l’assalto a Capitol Hill incitato da Trump, dicendosi stufo delle intemperanze del presidente e prendendone le distanze. Ma il 13 febbraio successivo Graham non ebbe il coraggio di unirsi ai sette repubblicani che votarono a favore dell’impeachment contro l’ormai ex presidente Trump. Servivano due terzi dei voti al Senato, ne arrivarono 57 su 100 e storicamente resterà quello il momento in cui il Partito repubblicano si è definitivamente suicidato, lasciando aperta la porta al secondo mandato di Trump arrivato nel 2024.
Lindsey Graham in questi anni ha mantenuto una linea di interventismo militare in politica estera, spesso fuori sintonia con Trump (ma sull’Iran lo ha incitato a proseguire i combattimenti fino alla caduta del regime). Ma in Senato, Graham è stato un prezioso alleato della Casa Bianca, guidando i passaggi di legge controverse come quella sul bilancio o la gestione di nomine e vicende giudiziarie. Trump lo ha ripagato perdonandogli le accuse del passato e appoggiando le sue campagne elettorali. Il 9 giugno scorso, grazie anche al sostegno presidenziale, Graham aveva vinto le primarie del suo partito in South Carolina e correva per la conferma a novembre.
La sua morte, insieme alla situazione medica di McConnell, rende ora delicata la campagna elettorale dei repubblicani per conservare il controllo del Senato. Serviranno primarie speciali ad agosto per scegliere un nuovo candidato del partito che a novembre vada alla sfida con Annie Andrews, una pediatra che ha vinto le primarie dei democratici. E’ dal 1998 che i repubblicani non perdono il seggio su cu sedeva Graham, quindi non dovrebbero esserci molti rischi. Ma la South Carolina va ora ad aggiungersi a una lista di stati che preoccupano la Casa Bianca in vista del rinnovo del Senato nelle elezioni di midterm di novembre: Michigan, Ohio, Alaska e Maine sono incerti, il Texas e l’Iowa traballano e ora c’è anche il problema della successione a Graham. Un ex nemico che il presidente aveva piegato e che, come molti suoi colleghi di partito, aspettava il 2028 per capire se ci sia una via d’uscita per i repubblicani dopo il decennio trumpiano.