Esteri
La linea dura sullo Stretto •
Il regime di Teheran lega la sua tenuta al controllo di Hormuz
Il blocco nello Stretto colpisce anche l’economia iraniana, ma agli oltranzisti non interessa. Trump cambia idea sui pedaggi e riprende il blocco navale in entrata e uscita dai porti iraniani
15 LUG 26

Nei prossimi giorni scadrà il termine entro il quale, secondo il memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran il 17 giugno scorso, il regime di Teheran aveva accettato di riaprire la navigazione nello Stretto di Hormuz. Dopo giorni di attacchi alternati lungo la via di navigazione, ieri i Guardiani della rivoluzione islamica hanno lanciato missili da crociera su due petroliere emiratine mentre attraversavano le acque territoriali dell’Oman, una terza nave olandese è stata colpita da “un dispositivo esterno non identificato” e la stampa iraniana ha annunciato il blocco completo dello Stretto. Anche il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato la ripresa del blocco navale in entrata e in uscita dai porti iraniani, che era rimasto in vigore dal 13 aprile al 18 giugno.
Lunedì Donald Trump aveva minacciato di intensificare gli attacchi aerei e di imporre una tassa di rimborso del 20 per cento sulle merci in transito attraverso il canale, sostituita ieri dalla decisione di “accordi commerciali e di investimento che i vari stati del Golfo effettueranno negli Stati Uniti”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Nel post Trump ha specificato che grazie alla sua leadership, lo stretto è “aperto a TUTTO il traffico navale, eccetto quello iraniano”.
Sarebbe stato proprio il blocco navale statunitense ad aver convinto un mese fa il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a stipulare il memorandum d’intesa con i funzionari americani, preoccupato dal deterioramento della situazione economica in Iran: secondo un’analisi del Times gli effetti catastrofici della chiusura dello Stretto non minacciano soltanto la comunità internazionale, ma anche la tenuta stessa del regime. “Chiudere nuovamente il corso d’acqua potrebbe rivelarsi catastrofico, poiché l’inflazione, la perdita di posti di lavoro e la povertà probabilmente peggioreranno senza la revoca delle sanzioni sul regime”, scrive il corrispondente dal medio oriente del quotidiano britannico Samer al Atrush, “ancor prima dell’annuncio del presidente Trump di lunedì, i dati dipingevano un quadro desolante per il regime. Si prevede che l’economia iraniana si contrarrà del 10 per cento quest’anno e il conflitto potrebbe spingere il paese nella peggiore crisi occupazionale degli ultimi decenni. Gli analisti affermano che milioni di posti di lavoro sono a rischio. L’inflazione è schizzata a oltre l’80 per cento e i prezzi dei generi alimentari stanno aumentando ancora più rapidamente”.
Nonostante i leader iraniani avessero riconosciuto, ancor prima del conflitto, di non avere una soluzione per la loro economia, gravata da sanzioni e dalla corruzione, la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e gli oltranzisti che guidano le Guardie della rivoluzione non sembrano interessati alla riapertura dello Stretto e alla revoca delle sanzioni. Secondo le indiscrezioni ricevute dal New York Times sulle decisioni che hanno portato il regime ad accettare un cessate il fuoco con Washington, Pezeshkian avrebbe “implorato” Khamenei che, ostile ai colloqui, avrebbe accettato solo a condizione che la delegazione iraniana non superasse le sue “linee rosse” e che il presidente iraniano si assumesse la responsabilità del loro esito in caso di fallimento.
Ora il regime dovrà giustificare la ripresa dello scontro aperto a Hormuz alla popolazione e alle correnti a favore della diplomazia che nelle scorse settimane avevano insistito sulla strada dei colloqui, nella speranza che un accordo con gli Stati Uniti avrebbe portato a un allentamento delle sanzioni. Eppure nonostante le proteste di massa iniziate alla fine dello scorso anno e le stime catastrofiche sui milioni di iraniani che potrebbero perdere il lavoro se, come previsto dal programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, l’economia si contraesse del 10 per cento, i funerali di Ali Khamenei e la retorica propagandista sul controllo dello Stretto di Hormuz avrebbero riacceso in Iran un’ondata di fervore nazionalista. Il regime era entrato in guerra contro gli Stati Uniti il 28 febbraio in una posizione di debolezza, aggravato dal conflitto che ha causato a Teheran danni per centinaia di miliardi di dollari, ha paralizzato l’industria siderurgica e ha minacciato le sue esportazioni.
Dopo le proteste di gennaio, i sondaggi mostravano che non oltre il 20 per cento degli iraniani sostenesse il governo clericale, poi qualcosa si è mosso nel senso opposto. Secondo il Wall Street Journal, le Guardie della rivoluzione islamica stanno fomentando la retorica secondo cui un accordo con gli Stati Uniti tradirebbe gli interessi dell’Iran per “mantenere il controllo della via navigabile e conservare il predominio in patria”, perché credono che finché riusciranno a governare Hormuz avranno il controllo sia dei rapporti con gli americani sia della situazione interna. E’ per questo motivo che secondo i mediatori e i funzionari americani, qualsiasi tentativo da parte dei diplomatici iraniani di raggiungere un’intesa sull’amministrazione dello stretto Hormuz verrebbe sabotato dagli oltranzisti: “I diplomatici iraniani hanno dichiarato ai mediatori di voler trovare un compromesso, ma di avere le mani legate”, scrive il quotidiano americano.
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Nata a Roma, all'università tra le tante lingue e civiltà orientali ho scelto il cinese. Grazie a un progetto di doppio titolo ho studiato un anno a Pechino, rapita dal romanticismo delle poesie Tang. Negli anni ho sviluppato un talento particolare per le passioni più costose, collezionando corsi: fotografia, ceramica, poi giornalismo. Dal 2021 lavoro al Foglio, nella redazione (umana) degli Esteri e in quella virtuale del Foglio AI.
