Esteri
l'editoriale del direttore •
La distanza con Trump e la mina Vannacci sono il passato che chiede il conto a Meloni. Debolezza? No, opportunità
Tanto le critiche interne quanto quelle transatlantiche ricordano alla presidente del Consiglio la strada che ha intrapreso: quella di una leader europeista, emancipata dai populismi
9 LUG 26

Foto ANSA
Il vertice di Ankara, nonostante qualche pacca sulle spalle, nonostante qualche sorriso di circostanza, nonostante qualche abile dribbling nelle per fortuna enormi stanze del vertice Nato, dove incontrare chi non si vuole incontrare è più semplice rispetto agli spazi angusti di un G7, ha restituito agli osservatori appassionati di politica, oltre che di Difesa, una domanda necessaria alla quale rispondere non è semplice. Sintesi estrema: perché Trump ce l’ha così tanto con Meloni? La risposta ufficiale, che è quella che ha dato Trump al vertice di Ankara, martedì, è che Meloni, una brava e simpatica ragazza ha detto Trump, non ha aiutato l’America in un momento in cui l’America aveva bisogno non di aiuto ma di prove d’amore, come è stata la scellerata epopea trumpiana sullo Stretto di Hormuz (a proposito di prove d’amore: Trump dice di aver sentito in questi giorni “l’amore” degli alleati). La risposta ha una sua linearità solo apparente perché in verità Meloni ha fatto quello che hanno fatto molti altri paesi europei: si è impegnata a intervenire su Hormuz solo dopo la fine dei negoziati di pace ma si è rifiutata, come molti paesi dell’Unione europea, di dare un sostegno all’operazione di Trump in Iran, considerandola, come molti governi europei, un’operazione non condivisa e problematica sul piano del diritto internazionale. Si potrebbe pensare che Trump abbia inserito Meloni nella sua lista nera, nella lista dei meme, per il “no” sbandierato per un’operazione a Sigonella, ma anche qui la versione non torna. L’Italia ha dato la sua disponibilità a concedere le basi agli Stati Uniti per fare partire voli di ricognizione e identificazione dei target da bombardare, logistica, rifornimenti, transiti e operazioni difensive, vietando l’uso delle basi nei casi in cui sarebbero potute diventare piattaforme per far partire attacchi all’Iran, come la Spagna, come la Francia, come il Portogallo. E quando Mark Rutte, goffamente, ha ricordato che dall’Italia sono partiti 500 aerei americani durante le settimane di intervento in Iran, sottolineando che in Europa in quello stesso periodo le missioni di volo sarebbero state tra 4.000 e 5.000, il segretario della Nato voleva dire una cosa semplice: nessuno in Europa ha fatto qualcosa di così clamoroso da potersi meritare il Daspo di Trump. Dunque? Si potrebbe pensare, ingenuamente, che Trump abbia perso la testa a seguito di una famosa clip in cui Meloni, durante l’ultimo G7, gesticolava con Trump mostrando per qualche istante il ditino da maestrina, video che ha fatto impazzire molti antipatizzanti di Trump, anche in America. Ma se si vuole uscire dai social e rientrare nella realtà il vero punto di conflitto che esiste fra Trump e Meloni non riguarda i singoli episodi, che sono la punta dell’iceberg, ma riguarda un tema più spesso, che è l’iceberg nella stanza. Trump non sopporta più Meloni perché Meloni ai suoi occhi incarna un genere di politico pericoloso non per quello che fa ma per quello che rappresenta: una follower che ha tradito il Maga in chief preferendo alla narrazione trumpiana il bagno di realtà. Meloni, per Trump, è un soggetto pericoloso per il suo percorso, per essere passata da un rapporto unico, una very special relationship, a un rapporto dialettico, conflittuale, di rottura.
Meloni, negli ultimi mesi, da gennaio, dai tempi delle scazzottate dell’Europa con Trump sulla Groenlandia, non ha fatto altro che seguire una linea europeista sui principali dossier in campo. No ai dazi, no all’annessione della Groenlandia, no all’indebolimento della Nato, no alle aggressioni all’Europa, no ai cedimenti al putinismo, no al disimpegno dall’Ucraina (e ieri la Commissione europea, di cui il meloniano Raffaele Fitto è vicepresidente, ha ammonito Trump per le sue nuove minacce alla Groenlandia). Trump avrebbe potuto prendersela con qualsiasi altro leader europeo, che ha fatto le stesse cose di Meloni, ma ha scelto di trasformare Meloni in un bersaglio per provare a stroncare sul nascere la possibile resistenza di una destra già trumpiana che ha rinnegato il trumpismo dopo averlo abbracciato (in alcuni passaggi anche in maniera goffa: vedi il premio Nobel suggerito per Donald da Meloni). Il tradimento vissuto da Trump, tradimento benedetto dal nostro modesto punto di vista, ha portato il presidente americano a scagliarsi contro Meloni con una foga speciale, come speciale era la relazione tra i due. Ma quel fenomeno, difficilmente ricucibile, fa parte dello stesso film di cui è protagonista un altro politico con cui Meloni si trova in una condizione a metà tra la difficoltà e l’imbarazzo: Roberto Vannacci. Trump e Vannacci sono due problemi diversi ma che raccontano in fondo la stessa storia: il passato che torna a chiedere il conto a Meloni. Trump è il passato “internazionale” da cui Meloni ha preso le distanze. Vannacci è il passato “interno” che Meloni ha cercato di rimuovere, cambiando, e che oggi torna alla luce attraverso il volto del generale. Entrambi, sia Trump sia Vannacci, sono lì a ricordare quello che Meloni era e che ora non è più. Trump, quando aggredisce Meloni, la costringe a fare un passo in avanti in Europa, persino tra le braccia di Emmanuel Macron (se ne è accorto ieri anche lo Spectator, chiedendosi che ci fa Giorgia a braccetto con Emmanuel: forse perché non è Le Pen?). Vannacci, quando colpisce la coalizione guidata da Meloni con i suoi tratti di incoerenza, costringe invece Meloni a compiere una scelta precisa: fingere che il passato della destra di lotta sia uguale al presente della destra di governo o cercare un modo per trasformare l’evoluzione della destra non nel simbolo di un tradimento ma nel sinonimo di una crescita, di un progresso, di una maturazione. Da questo punto di vista, il problema politico che pone Trump a Meloni è lo stesso che le pone Roberto Vannacci. Sono scale diverse, sono problemi diversi, sono approcci diversi, anche se in entrambi i casi c’è un Putin di mezzo, che Vannacci non vuole demonizzare, che Trump non vuole castigare, ma alla fine dei conti il punto è quello: Meloni, di fronte allo specchio di Trump e Vannacci, ha la possibilità di trasformare i suoi oggettivi cambi di linea in un tratto di maturità politica. Per farlo, non può fingere di essere sempre la stessa ma deve spiegare le sue evoluzioni rivendicandole, abbracciandole, mostrando i risultati che gli atti di maturità hanno significato per l’Italia. Per trasformare la distanza da Trump e da Vannacci in un valore aggiunto, Meloni deve smettere di vergognarsi di essere quello che è diventata, deve fare dell’Europa il cuore della sua politica identitaria, deve fare della fiducia creata nel paese attraverso le sue trasformazioni un tratto centrale della propria agenda, deve fare della sua distanza dai populismi di destra e di sinistra un elemento cruciale del proprio essere centrale in Italia e un giorno magari anche in Europa. Le ragioni per cui Trump è arrabbiato con Meloni coincidono con le ragioni per cui Vannacci può metterla in difficoltà. E quando il passato torna a chiedere il conto, l’unico modo per guardare al futuro è non vergognarsi di essere ciò che si è diventato.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
