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Il falso mito del putinismo vincente spiegato con tutte le sconfitte
Putin ha perso in Ungheria, Siria, Venezuela e in Ucraina gli serve Trump. Contro il cretino collettivo che continua a sostenere l’invincibilità del Cremlino
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17 APR 26

© foto Ansa
Con urgenza: come si dice in russo sconfitta? Spasibo. C’è una parola che buona parte dell’opinione pubblica tende a rimuovere quando si parla di Vladimir Putin. Quella parola è importante: politicamente ricorrente, militarmente presente, strategicamente rilevante, ed è una parola che ci permette di osservare la traiettoria di Putin con uno sguardo molto diverso rispetto a quello che viene spesso suggerito. Come si dice in russo sconfitta? Le elezioni in Ungheria sono state raccontate prevalentemente utilizzando la chiave del tocco magico del trumpismo, che come un Re Mida al contrario riesce a trasformare in fango tutto quello che tocca. Ed effettivamente il filotto trumpiano è impressionante: tutto quello che prova a distruggere alla fine tende a rafforzarsi. L’Ungheria però, con la fine di Viktor Orbán, rappresenta il tassello di un altro mosaico che per ragioni misteriose non viene quasi mai inquadrato. Il mosaico è quello delle lunghe e interminabili sconfitte di Vladimir Putin e il filotto, se lo si sceglie di inquadrare, è impressionante. Con la rimozione di Orbán, Putin non ha perso solo l’Ungheria, non ha perso solo un suo burattino: ha perso, come ha notato lo Spectator, qualcosa di più prezioso: un politico democraticamente eletto, con una poltrona importante a Bruxelles, dotato del potere di veto, in grado di rallentare le sanzioni, ostacolare gli aiuti all’Ucraina e mascherare il tutto come neutralità di principio. Orbán, inoltre, era la prova vivente che la democrazia illiberale era sostenibile all’interno dell’Ue, un modello di democrazia alternativa che Mosca, come è noto, ha attivamente promosso per anni.
Con Orbán, poi, Putin non ha perso solo un cavallo di Troia, ma anche la testa d’ariete di un movimento estremista che in Europa ha spesso utilizzato Orbán per trasformare il proprio filoputinismo in una forma di patriottismo. Senza il filtro di Orbán, diventa più difficile per Putin dividere e influenzare le decisioni europee. E senza il filtro di Orbán, diventa più difficile per gli antieuropeisti non apparire esplicitamente come portatori malsani di filoputinismo, non di patriottismo. Putin ha perso tutto questo, politicamente, ed economicamente potrebbe perdere anche molto altro, se l’Ungheria dovesse bloccare l’accordo che Putin aveva cercato con Orbán, ovvero vendere una grande compagnia petrolifera nei Balcani a un gruppo legato all’Ungheria, non solo per fare soldi ma per continuare a influenzare la gestione del settore energetico nella regione e aggirare le sanzioni europee. Ma Putin, prima ancora di Orbán, ha perso molto altro. E ha perso molto da quando ha provato, senza successo, a vincere la sua guerra di aggressione in Ucraina. Putin ha perso il controllo sul Venezuela, con la cacciata di Maduro. Putin ha perso il controllo della Siria, con la cacciata di Assad. Putin ha perso il monopolio della paura nel Mar Nero: la flotta russa, ormai da tempo, è stata costretta a spostare unità da Sebastopoli a Novorossiysk, ha visto diminuire la propria libertà operativa e, secondo stime dell’intelligence britannica (ministero della Difesa, 2024), ha perso circa il 20 per cento della propria capacità navale operativa nel Mar Nero.
Putin ha perso l’Armenia come alleato strategico del sistema post-sovietico: Erevan ha congelato di fatto il rapporto politico-militare con il blocco russo e ha sospeso la propria partecipazione attiva alla Csto, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva. Putin ha perso il monopolio dell’Asia centrale. Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan non stanno uscendo dall’orbita russa per entrare in quella europea, ma stanno rafforzando i rapporti con l’Unione europea, elevati nel 2025 a partenariato strategico: più cooperazione politica, più relazioni commerciali, più investimenti, e dunque più alternative alla dipendenza da Mosca. Ma Putin, soprattutto, sta perdendo la guerra che i suoi utili idioti sostengono stia invece stravincendo: quella con l’Ucraina. La Russia, ha detto due giorni fa Mark Rutte, segretario generale della Nato, sta faticando sul campo di battaglia, “la vittoria è ormai un sogno lontano per Putin”, e le parole di Rutte non sono soltanto un auspicio: sono un dato di fatto. Non si tratta solo di ricordare in quanti giorni Putin voleva vincere la guerra (sette) e dopo quanti anni la guerra non è stata ancora vinta (quattro). Non si tratta solo di ricordare quanti confini di neutralità Putin ha perso in questi anni (ci sono 1.300 chilometri in più di Nato ai confini della Russia grazie alla Finlandia: niente male per chi sosteneva di voler prendere l’Ucraina per avere meno Nato ai fianchi).
Dalla fine di gennaio, secondo fonti ucraine, l’Ucraina ha dichiarato di aver recuperato circa 480 chilometri quadrati di territorio, di cui 50 solo a marzo. E non a caso, per provare a non perdere la guerra, Putin ha bisogno dell’aiuto da casa, dell’appoggio di Donald Trump, che solo interrompendo ogni forma di sostegno all’Ucraina potrebbe aiutarlo a evitare una sconfitta strategica che si sta materializzando ogni giorno di più. Putin sta perdendo, o se volete non sta vincendo, in Ucraina, e nel frattempo l’Ucraina è diventata l’avamposto mondiale contro l’avanzata dei droni iraniani. Putin sta perdendo in medio oriente, dove ha perso influenza. Putin sta perdendo terreno nel Mediterraneo. Putin sta perdendo in Sud America, dove non gli resta altro che un rapporto speciale con Cuba. Putin sta perdendo in Europa, dove la sua propaganda non viene premiata dagli elettori, dove le sue ingerenze vengono smascherate dalle corti supreme, dove i suoi follower, più passa il tempo, più si indeboliscono e dove i paesi dell’Ue, che Putin immaginava soffici come un cuscino da trafiggere con il coltello, hanno trovato la forza di riorganizzarsi per trasformare la difesa dalla minaccia russa in un tema di carattere esistenziale. Putin sta certamente guadagnando qualcosa grazie al blocco di Hormuz, che rende le fonti energetiche russe più preziose che mai. Ma in questi mesi ha perso Assad, Orbán, l’egemonia sul medio oriente, il controllo totale del Mar Nero, l’obbedienza armena, parte della sua presenza mediterranea, il monopolio di alcuni paesi asiatici e il mito della guerra lampo. Se questa è una vittoria, mille di queste vittorie. Con urgenza: come si dice in russo sconfitta? Spasibo.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.