Il Kazakistan vuole essere il re del mercato energetico mondiale

Le vendite di petrolio kazaco attraverso il principale oleodotto del paese stanno tornando a livelli molti alti. Una crescita che potrebbe dare respiro anche alle raffinerie europee

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16 APR 26
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SAINT PETERSBURG, RUSSIA - 2025/06/20: The Kazakhstan national flag flutters in the wind on a flagpole. (Photo by Maksim Konstantinov/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

La frenesia diplomatica attorno al conflitto in medio oriente non diminuisce d’intensità e una soluzione negoziale potrebbe prima o poi concretizzarsi. E’ probabile però che la grande instabilità legata alla guerra tra Iran e Stati Uniti abbia innescato una dinamica energetica che si protrarrà anche dopo la fine del confronto militare. La chiusura dello Stretto di Hormuz sta mettendo in luce una fragilità sistemica potenzialmente dirompente. Alcuni paesi stanno reagendo prima di altri per provare a correre ai ripari, anche se gli equilibri e alcuni vincoli strutturali sono difficilmente modificabili nel mondo dell’energia. Uno dei pochi che ancora deve fare i conti con il peso della geografia.
Il capo di gabinetto presidenziale della Corea del sud, Kang Hoon-sik, ha appena annunciato che il paese asiatico si è assicurato da qui alla fine dell’anno oltre 273 milioni di barili di petrolio da fornitori mediorientali e dal Kazakistan. E’ stato sottolineato con grande enfasi che le vie di consegna non toccheranno lo Stretto di Hormuz. La repubblica centroasiatica, uno dei giganti del settore a livello globale, fornirà circa 20 milioni di barili di petrolio sul totale. Si tratta di una mossa che garantisce alla Corea del sud di vivere i prossimi mesi con relativa tranquillità, a prescindere da come si chiuderà il tavolo diplomatico mediato dal Pakistan. La necessità di diversificazione per Seul è urgente: circa il 60 per cento delle sue importazioni di petrolio, infatti, passa dallo Stretto di Hormuz.
Le stime indicano che il Kazakistan rappresenta circa l’1,5-2 per cento dell’offerta mondiale di petrolio. L’alternativa kazaca è sicuramente valida ma non è immune da ostacoli. Il Kazakistan è un attore di primissimo piano sul fronte petrolifero ma sconta una dipendenza logistica dalla Russia. La principale condotta di esportazione per il paese è l’oleodotto che va sotto al nome di Caspian Pipeline Consortium (CPC), che dall’area occidentale dell’immenso territorio kazaco deve attraversare il territorio russo per raggiungere il Mar Nero e i mercati mondiali. Da esso passa l’80 per cento delle esportazioni kazache. Questo non sta impedendo a molti paesi di interessarsi agli idrocarburi di Astana. Grazie anche al ritorno alla piena operatività del giacimento di Tengiz, la vendita di petrolio da parte del Kazakistan attraverso il CPC sta tornando a livelli molto alti. Una crescita che potrebbe dare respiro anche alle raffinerie europee. Oltre alla logistica che tira in ballo la Russia, sulle esportazioni kazache pesano anche gli attacchi dell’Ucraina ai terminal della CPC, che mirano a mettere in difficoltà Mosca ma che hanno l’effetto collaterale di causare danni anche al Kazakistan.
Quando si parla di lungimiranza energetica non si può non menzionare la Cina. Pechino è presente da più di due decenni nella regione e il vicepremier cinese Ding Xuexiang si trova in questi giorni in Turkmenistan, gigante mondiale del gas naturale. Il funzionario di Pechino è nel paese soprattutto per presenziare all’inizio dei lavori per una nuova fase di sfruttamento del maxi-giacimento di Galkynysh. La repubblica centroasiatica fornisce attualmente circa 40 miliardi di metri cubi di metano all’anno alla Repubblica popolare, sulla base di un accordo che risale addirittura al 2006 e che fa sì che la vendita avvenga utilizzando una condotta che attraversa il territorio dell’Uzbekistan e del Kazakistan, che a loro volta contribuiscono al flusso. L’obiettivo ufficiale è aumentare tale livello fino a oltre 60 miliardi di metri cubi, per arrivare a coprire una quota più alta del fabbisogno di gas naturale cinese, che attualmente su base annua è di circa 430 miliardi di metri cubi. Come termine di paragone, la Russia nel 2025 ha fornito alla Cina quasi 40 miliardi di metri cubi. Si tratta di due forniture complementari, considerando che quelle russe coprono la parte orientale della Cina mentre quelle turkmene l’area occidentale del paese.