Trump mette la Cina davanti al bivio Iran

Pechino si ritrova a scegliere tra blocco dei porti iraniani e una potenziale escalation con gli Stati Uniti. Mentre la partnership con la Russia cresce (oggi Lavrov è a Pechino) si continua a parlare dell'aiutino di Xi Jinping al regime degli ayatollah 

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14 APR 26
Immagine di Trump mette la Cina davanti al bivio Iran

Un uomo cammina lungo la riva mentre petroliere e navi cargo sono in fila nello Stretto di Hormuz, visto da Khor Fakkan, Emirati Arabi Uniti, 11 marzo 2026. (Foto Ap/Altaf Qadri)

Il presidente americano Donald Trump ha trasformato la crisi iraniana in un test strategico soprattutto per Pechino. La leadership cinese si trova a scegliere tra due opzioni entrambe pericolose: un blocco dei porti iraniani, da cui la Cina importa parte del greggio e di alcune materie prime, o l’escalation militare con gli Stati Uniti, facendo passare cargo e petroliere pagando il pedaggio ai pasdaran. Ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha detto che la causa della crisi nello Stretto di Hormuz è “il conflitto militare”, che deve “cessare al più presto” per “garantire la sicurezza e la stabilità dell’area e assicurare un passaggio senza ostacoli”. 
Nel frattempo però, come suggerito nelle scorse settimane da analisti e consiglieri, il leader Xi Jinping sta esplorando nuove collaborazioni energetiche. Oggi è atteso a Pechino il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, dove incontrerà il suo omologo cinese Wang Yi. I due si erano sentiti al telefono poco più di una settimana fa, e avevano parlato di un impegno comune per fermare “l’aggressione immotivata da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”. Sul tavolo di Wang e Lavrov ci sono molte questioni di politica estera sulle quali, si legge già nei rispettivi comunicati, Pechino e Mosca sono in sintonia, e per quanto riguarda le relazioni bilaterali ci saranno di sicuro due temi: il primo riguarda l’energia. Dopo uno stop lungo quattro mesi, approfittando di una deroga alle sanzioni americane, le grandi compagnie petrolifere di stato cinesi come Sinopec e PetroChina hanno ripreso a rivolgersi alla Russia, ha svelato ieri Reuters. L’altro tema riguarda le proteste dei lavoratori cinesi impiegati dall’azienda di costruzioni Petro-Hehua che ha il suo stabilimento vicino alla raffineria Rosneft di Komsomolsk-on-Amur, nella regione di Khabarovsk nell’estremo oriente russo, che l’altro ieri hanno protestato in strada perché la società – una controllata russa del gruppo cinese Haihua Industry Group – non paga gli stipendi da mesi. Secondo le autorità russe, i cinesi si erano radunati al parco per festeggiare la Pasqua, ma lo facevano, a giudicare dalle foto circolate sui social, mostrando cartelli con scritto “Putin, aiutaci” e “Sechin, aiutaci” – riferito a Igor Sechin, ad di Rosneft (spesso in Cina i lavoratori protestano con appelli ai leader del Partito comunista cinese per non essere accusati di sedizione). Per Pechino, che aiuta la Russia anche con forza lavoro, si tratta di un tradimento non trascurabile, che potrebbe avere un effetto contagio anche dentro ai confini nazionali cinesi.
La Cina di Xi Jinping si stringe ai suoi alleati per cercare di diversificare il suo fabbisogno energetico, mentre aumentano le indiscrezioni sul suo potenziale coinvolgimento attivo nella guerra in medio oriente. Secondo fonti di intelligence statunitensi citate sabato scorso dalla Cnn, la Cina starebbe preparando l’invio nelle prossime settimane di sistemi antiaerei portatili all’Iran, potenzialmente attraverso paesi terzi per mascherarne l’origine. Nelle stesse ore anche il New York Times ha citato l’intelligence americana che ritiene possibile che spedizioni di missili da parte della Cina siano già state valutate o avviate, anche se non ci sono ancora prove del loro utilizzo sul campo. Il dibattito interno a Pechino indicherebbe comunque un coinvolgimento crescente nel conflitto. Anche le informazioni che in queste ore stanno arrivando ai media americani sono abbastanza chiare: “La Cina ha aiutato Teheran a resistere per anni all’isolamento imposto dagli Stati Uniti, consentendole di vendere petrolio e acquistare componenti per missili, droni e altri materiali militari”, ha scritto Austin Ramzy sul Wall Street Journal. “Una parte significativa di questo commercio passa proprio da Hong Kong, la cui facilità nel creare società e spostare denaro la rende un hub finanziario ideale anche per aggirare le sanzioni”. Le aziende che aggirano le sanzioni a Hong Kong corrono pochi rischi, e infatti l’ex colonia inglese è il centro anche delle apparecchiature dual use esportate in Russia che le usa nella sua guerra contro l’Ucraina.
L’aspetto più sorprendente della difesa della “libertà di navigazione” a Hormuz da parte della Cina riguarda le sue politiche marittime nell’Indo-Pacifico. Pechino usa da anni metodi coercitivi e militari anche molto creativi per le sue rivendicazioni territoriali illegittime nel Mar cinese orientale e meridionale. Solo ieri il Consiglio di sicurezza nazionale filippino ha fatto sapere di aver trovato del cianuro su imbarcazioni cinesi sequestrate vicino al banco di Second Thomas Shoal, dove si trova l’avamposto militare filippino della Sierra Madre. Il cianuro disperso in acqua sarebbe usato dai cinesi per rendere non navigabile e non abitabile l’area. Intanto anche Taiwan prende appunti: secondo Bloomberg, il governo taiwanese sta preparando la sua prima esercitazione militare congiunta tra ministero dell’Interno e altri dipartimenti per scortare navi che trasportano gas naturale e petrolio nel caso di un blocco navale imposto da Pechino.