•
Putin oggi parla solo la lingua della guerra e cerca la lealtà passiva dei russi. Un saggio
Nel libro di Riccardo Nicolosi emerge come il linguaggio del presidente russo usi un registro militare, flessibile e funzionale alla costruzione di apatia politica e lealtà passiva nella Russia contemporanea
di
11 APR 26

Il presidente russo Vladimir Putin durante un discorso a Mosca per le elezioni politiche del 2024 (foto Getty Images)
La libreria indipendente Babel Books è uno dei punti di riferimento dell’opposizione russa a Berlino. Tra le fila dell’emigrazione, sono molte le personalità che sono passate da Babel Books, come la scrittrice Marija Stepanova, la giornalista Masha Slonim e il fondatore del Tamizdat Project Yasha Kloc. In questo raffinato salotto Riccardo Nicolosi, professore di Letterature slave alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, ha presentato pochi giorni fa la traduzione in russo del suo saggio “Putins Kriegsrethorik” (La retorica militare di Putin, Konstanz University Press, 2025).
Per il pubblico italiano la retorica di Putin è un tema poco familiare, vuoi per la barriera linguistica, vuoi perché Putin non è esattamente un oratore travolgente, come lo erano i suoi oppositori Boris Nemcov e Alexei Navalny. In considerazione del sistema russo fortemente presidenziale e dell’onnipresenza mediatica di Putin, l’analisi della sua retorica non è solo un soggetto di studi accademici, ma le esternazioni di Putin sono “la fonte centrale del discorso politico russo”, come ha scritto Nicolosi in un recente intervento sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Fin dall’esordio come premier nel 1999, Putin si caratterizza come leader di guerra (era appena scoppiata la seconda guerra cecena, dopo una serie di attentati a Mosca e in altre città russe) e si avvale di una retorica aggressiva e persino volgare (famosa l’espressione “inseguiremo i terroristi ovunque e se li troviamo al cesso, li faremo fuori al cesso”), grazie a cui vince le presidenziali del 2000. Durante i primi due mandati, Putin fa ancora uso di differenti registri retorici. E’ con la rielezione per il terzo mandato nel 2012, contestata da imponenti manifestazioni di piazza, cui seguono violente repressioni, che la sua retorica si stabilizza sul registro militare.
La retorica putiniana non colpisce per la bellezza, ma si distingue per l’efficacia. “Non cerca appoggio o consenso positivo”, spiega Nicolosi, “perché il suo scopo è raggiungere la non opposizione”. Per esempio, Putin ha motivato l’invasione su larga scala dell’Ucraina con diversi argomenti: la difesa della popolazione russa del Donbas dal genocidio, la protezione della Federazione russa dalla Nato, la denazificazione dell’Ucraina (per dirne alcuni). Sono argomenti che, messi insieme, risultano contraddittori ma che, selezionati in base alla platea, vanno a segno (anche al di fuori dei confini russi: la guerra d’invasione presentata come lotta anticoloniale contro l’imperialismo occidentale e la Federazione russa presentata come baluardo dei valori tradizionali rispetto a un’Ucraina in mano alle lobby gay raccolgono consensi a sinistra e a destra).
Nel saggio “Nella Russia di Putin” (Carocci, 2023), Andrea Borelli, ricercatore presso l’Università di Pisa, analizza l’uso che il putinismo fa dell’eredità dello stalinismo come strumento di legittimazione e di governance politica. Secondo Borelli, il putinismo riesce nel suo intento solo fino a un certo punto, per oggettive differenze. Ne citiamo alcune: nell’Unione sovietica vigeva il marxismo-leninismo, ritenuto infallibile, e c’era il partito unico, nella Federazione russa il putinismo non si articola in una dottrina organica, ma si presenta come un pragmatismo basato su idee politiche non canonizzate e il partito di Putin “esiste perché appoggia il presidente, se non lo facesse non esisterebbe o semplicemente non sarebbe più il partito che controlla la Duma”, scrive Borelli.
Per Nicolosi, il solco tra stalinismo e putinismo è ancora più profondo, perché lo stalinismo e i regimi totalitari del XX secolo puntavano a mobilitare e a radicalizzare le masse, mentre la propaganda del Cremlino vuole esattamente l’opposto, “tende all’apatia politica, alla lealtà passiva”. Anche se, riconosce Nicolosi, con la svolta autoritaria del 2012 e l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022, si punta all’indottrinamento patriottico e alla mobilitazione popolare. Per ottenere una lealtà più attiva, Putin presenta la Federazione russa come “guida del Sud globale in un mondo multipolare” e come “civiltà autonoma, la cui missione è la difesa dei valori tradizionali e che è da sempre attaccata dall’occidente”. Per tornare alla selezione degli argomenti, l’occidente che nelle dichiarazioni di Putin ha sempre compreso Stati Uniti ed Europa, dopo la rielezione di Trump si è ristretto solo a quest’ultima.