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In Francia •
Libération non trova un direttore che piaccia alla redazione sempre più radicale
Dopo le dimissioni di Dov Alfon, Nicolas Barré ha annunciato il ritiro della candidatura. Ma oltre alle perdite, vicine ai 10 milioni di euro, la crisi di Libé è identitaria: continua lo scontro tra la vecchia guardia e i nuovi giornalisti
15 APR 26

Jean-Luc Melenchon. FotoLaPresse
Parigi. La crisi di Libération, storico quotidiano della sinistra francese fondato nel 1973, è sempre più profonda. A una settimana dalle dimissioni a sorpresa di Dov Alfon, ex direttore di Haaretz chiamato nel 2020 a guidare la redazione di Libé, un nuovo colpo di scena scuote il giornale parigino: il candidato proposto dagli azionisti per sostituire Alfon, Nicolas Barré, ha annunciato ieri il ritiro della propria candidatura. “Dopo il mio incontro con i membri del comitato esecutivo della Società dei giornalisti e del personale di Libération (…), e constatando le reticenze nei confronti del mio arrivo, ho deciso di ritirarmi dal processo di nomina del prossimo direttore della redazione del giornale”, ha scritto Barré in una mail indirizzata alla redazione. La prassi, a Libé, vuole che la nomina di ogni direttore venga approvata dai dipendenti del quotidiano attraverso un voto. Ma Barré ha preferito ritirarsi prima ancora dello scrutinio interno, il cui esito negativo sembrava scontato.
“E’ un fallimento per Denis Olivennes, presidente della società che possiede il giornale, convinto che Barré ‘rispondesse a tutti i requisiti’. Le proteste della redazione hanno avuto la meglio sul suo candidato”, dice al Foglio in forma anonima un esperto di media. A nulla è servita l’arringa di Olivennes, che lunedì ha provato a convincere la redazione sulle qualità di Barré, ex direttore del più importante economico francese, Les Echos, e di Politico France. “Pensare di poter imporre un giornalista esperto di economia in una redazione fortemente ideologizzata è assurdo”, prosegue la nostra fonte, mettendo l’accento sul passaggio di Barré a Les Echos, di proprietà del gruppo del lusso Lvmh di Bernard Arnault, l’arcinemico di Libération. Un’altra fonte a conoscenza delle dinamiche interne di Libé, che preferisce mantenere l’anonimato, avanza un paragone con l’Italia. “La proposta di Barré è stata una mossa maldestra di Olivennes, che ha voluto imporre una svolta liberale a un giornale con una forte identità radicata a sinistra, come la Repubblica dei primi tempi”, dice la fonte, prima di aggiungere: “Serge July, Laurent Joffrin, Dov Alfon: per tradizione Libé ha sempre avuto un direttore di sinistra e Barré veniva dal mondo Figaro”, il quotidiano per eccellenza della destra francese, di cui è stato vicedirettore tra il 2006 e il 2008.
Consigliere del magnate ceco Daniel Kretinsky, che finanzia il giornale da quattro anni, Olivennes aveva puntato su Barré per portare avanti la trasformazione digitale di Libération avviata con successo da Dov Alfon, ma dovrà ora trovare un candidato alternativo il prima possibile. Fonti vicine al dossier sentite dal Figaro avevano lasciato intendere giovedì scorso che Olivennes, fiducioso sull’esito del voto, non avesse neppure previsto un piano B. “Non sono il tipo che vuole insistere a tutti i costi. Non sono il tipo che impone le proprie idee con la forza”, ha detto ieri a Challenges uno sconsolato Barré. Ma è una crisi più grande quella di Libé, economica e di identità. Il quotidiano registra un fatturato annuale di circa 30 milioni di euro, con perdite vicine ai 10 milioni di euro. Il pareggio di bilancio, inizialmente previsto per il 2023, è stato rinviato più volte e ora è previsto solo per il 2028. Nella redazione continua lo scontro tra la vecchia guardia, di orientamento socialdemocratico, e i nuovi giornalisti, più vicini alle posizioni radicali della France insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon e sempre più influenti nelle scelte del giornale. A farne le spese, pochi giorni fa, lo storico corrispondente a Bruxelles di Libé Jean Quatremer, convocato per un colloquio disciplinare in seguito alle proteste di una parte della redazione per le sue opinioni troppo libere e critiche versi Lfi.



