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Oggi Orbán, domani Trump. Il liberalismo può saltare, il voto sovrano no
La democrazia non è reversibile. Si possono mettere in atto tutti gli elementi al fine di edificare una società irreversibilmente chiusa, ma il voto democratico della maggioranza prevarrà e in una notte tutto può essere disfatto
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14 APR 26

© foto Ansa
Con Orbán è venuta giù la “democrazia illiberale”. Non è solo una buona notizia, è una cosa, un oggetto politologico, da indagare anche sommariamente. Non solo alla luce di quanto insegna il piccolo ma influente laboratorio ungherese; si può farlo anche a riscontro con il modello americano, un modello costituzionale di democrazia liberale antico e riverito, sottoposto a uno stress inaudito dalla strategia del caos impersonata da Trump e in rapporto alla critica della democrazia liberale esibita da Putin come un portato prezioso della storia in una celebre intervista al Financial Times, di poco precedente all’offensiva in Ucraina. Per non parlare della tensione che sta al cuore della attuale stretta nella guerra con l’Iran: la capacità di resistenza di una rivoluzione islamista a confronto con la resistenza del mercato internazionale dell’energia e del corrispondente modo di vita occidentale (la dialettica dell’apocalisse contro la programmazione delle vacanze e il costo del pieno di benzina alla pompa, delle uova per il breakfast, pace o libertà contro il funzionamento a pieno regime del condizionatore eccetera).
Il punto è questo. Tu puoi distruggere una società aperta, imporre la camicia di forza alla stampa e ai giudici, puoi erigere muri con torrette di controllo alle frontiere in uno slancio cementificato di demagogia xenofobica, puoi stare dalla parte di un’autocrazia minacciosa che invade l’Europa e il tuo spazio istituzionale, puoi sabotare dall’interno un progetto sovranazionale di cui fai parte e i cui benefici ti riguardano, invadere i poteri neutri e farti una burocrazia personale, manipolare l’economia, l’approvvigionamento e l’allocazione delle risorse, puoi cambiare la Costituzione e ridimensionare pesantemente i diritti individuali anche sul piano dei costumi, insomma puoi fare tutto ciò che serve a edificare una società irreversibilmente chiusa e, appunto, una “democrazia perfettamente illiberale” in un periodo lungo di sedici anni, ma alla fine è il mandato democratico puro che decide, se si vota, è il voto che conta, la democrazia della maggioranza prevale e decide in una notte. Il liberalismo è la corazza o il carapace che contiene la vita della democrazia, anche nei suoi aspetti rudi e plebiscitari, e la costruisce come un modo di vita accettabile che non prevede la dittatura irrazionale del demos e della sua maggioranza, nella logica a noi caricaturalmente nota dell’uno vale uno. La vita democratica però, finché non è completamente eliminata o sventrata dal totalitarismo, resta il centro del discorso. Il liberalismo è in parte reversibile, flessibile, abusabile, la decisione democratica no. Schmitt scriveva che sovrano è chi decide dello stato d’eccezione, aforisma fatale e sontuoso, invece sembra, più modestamente, che sovrano sia il vincolo di mandato una volta espresso.
Pensando a Trump, è una consolazione. Può fare quasi tutto e liberarsi delle catene liberali in nome del mandato presidenziale, ma è e resta sempre vero che in una notte tutto può essere disfatto. La società aperta corre dei rischi tremendi, i sistemi si mischiano anche nella loro immagine e simbologia, sembra che l’insieme politico sia deriva autocratica, giganteggia la disponibilità del mondo di fronte alla potenza di un individuo “eletto” che da un ring di wrestling a Miami guarda i segnali di destino di un impero millenario in disarmo e di una guerra feroce, cannibalesca. Eppure la democrazia illiberale è anche solo illusione. In una giornata di novembre, elezioni di medio termine, tutto può essere rovesciato e raddrizzato da un cambio di mandato. Lo schermo putiniano per nascondere il neozarismo e l’imperialismo postsovietico, di nuovo la democrazia illiberale, fa la stessa fine, un flatus vocis corazzato di forza provvisoria e di provvisoria menzogna. Quanto alla nostra dipendenza dalla volubilità del mercato, a volte seria e a volte grottesca, qui è tutto più difficile: il prezzo delle uova e la libertà da ogni forma di penuria e di costrizione e di stress sembrerebbero pegni democratici ai quali il carattere liberale della democrazia deve sacrificare qualcosa di importante. Non si capisce se una società aperta sia compatibile con la chiusura di uno stretto marittimo.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.