L'atteso e scontato sbrocco di Trump contro il Papa

“Io non ho paura dell’Amministrazione Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora. Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace”. Così il Pontefice rispondendo ai giornalisti che lo accompagnavano nel viaggio apostolico in Africa

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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:59 AM | 14 APR 26
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Il Papa alla partenza per il viaggio apostolico in Africa

Roma. Ci sarebbe da parlare del viaggio del Papa in Africa – il primo davvero suo, visto che quello in Turchia e Libano era stato ereditato da Francesco –, dieci giorni da un capo all’altro del continente. Pellegrino sulle tracce di sant’Agostino – “ci pensavo dallo scorso maggio”, ha detto appena salito sull’aereo – tanto che questo pomeriggio, nell’antica Ippona (l’odierna Annaba), celebrerà la messa votiva per il santo così caro a Leone XIV. Invece, c’è da rispondere agli attesi attacchi di Donald Trump, che con un lungo post su Truth (con il solito abuso di maiuscole) ha elencato le ragioni per cui questo Papa proprio non gli piace. Attesi perché da giorni la pressione della Santa Sede, e in particolare di Prevost, era aumentata sui leader con il potere di fermare o far proseguire il conflitto in medio oriente. Una settimana fa, uscendo da Castel Gandolfo, Leone aveva definito “inaccettabile” la minaccia trumpiana di eliminare la civiltà iraniana in una notte se Teheran non avesse adempiuto alle richieste di Washington. Pochi giorni dopo, in occasione della veglia per la pace in San Pietro, aveva invocato “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”. Scontato, dunque, che Trump reagisse. Il Papa non gli piace intanto perché “è DEBOLE sulla criminalità e pessimo in politica estera”. Quindi, anziché parlare della “paura dell’Amministrazione Trump”, dovrebbe menzionare la “PAURA che la Chiesa cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno vissuto durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo distanze di tre o persino sei metri”. Passando ai casi specifici, il presidente dice di non volere “un Papa che pensi che vada bene per l’Iran avere un’arma nucleare” né “che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni – inclusi assassini, spacciatori e killer – mandandoli nel nostro paese”. E, aggiunge, “non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti quando sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una VITTORIA SCHIACCIANTE, ottenendo numeri record di criminalità ai minimi storici e creando il più grande mercato azionario della storia”. Quindi, l’analisi sul Conclave e sul perché Robert Prevost oggi sieda sul trono di Pietro: “Leone dovrebbe essermi riconoscente perché, come tutti sanno, è stato una sorpresa scioccante. Non era in nessuna lista per diventare Papa ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e si pensava che quello fosse il modo migliore per trattare con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Invece lui, anziché rendere grazie, incontra “simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra (ricevuto in udienza la scorsa settimana, ndr), uno di quelli che volevano far arrestare i fedeli e il clero. Leone dovrebbe rimettersi in carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico”. 
“Questo lo sta danneggiando molto e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!”. Insomma, “mi piace molto di più suo fratello Louis, perché Louis è totalmente MAGA. Lui capisce, Leone no!”. Poco dopo, sempre su Truth, il presidente americano pubblicava un’immagine che lo vedeva ritratto nei panni di Cristo, intento a guarire i malati e consolare gli afflitti. Immagine che ha scatenato l'ira anche di diversi sostenitori del presidente trumpiano, anche interni alla Chiesa. Davanti a tutto ciò, che il Papa potesse rispondere era dubbio: cosa si può dire di serio all’inquilino della Casa Bianca che accusa il Pontefice di essere “debole sulla criminalità”, come fosse lo sceriffo di qualche contea del New Mexico o il governatore di uno stato non allineato all’agenda di Pennsylvania Avenue? Invece, il Papa accusato di parlare poco, ha reagito. Rispondendo a una domanda postagli in inglese, ha detto: “Io non ho paura dell’Amministrazione Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora. Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace”. In italiano, ha precisato che “non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui. Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore”.
Una risposta a braccio, probabilmente istintiva e lontana dal low-profile fin qui seguito dal Papa, che anziché spegnere l’incendio scatenato da Trump probabilmente si presterà a strumentalizzazioni da varie parti, a cominciare – in particolare dagli stessi Stati Uniti – da chi imputerà al Papa di non avere paura di Trump ma di non dire una parola contro il regime degli ayatollah (il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, ha già espresso solidarietà al Papa) o, spostandosi più a oriente, di non poter dire nulla sulle sorti di Jimmy Lai, condannato a vent’anni di carcere dal regime cinese. La Conferenza episcopale americana ha subito diramato una nota in cui il suo presidente, mons. Paul Coakley, si è detto “rattristato che il presidente abbia scelto di scrivere parole così dispregiative sul Santo Padre. Papa Leone non è un suo rivale; né il Papa è un politico. Egli è il Vicario di Cristo, che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.