La Cina non vuole fare da garante per l’Iran, e preferisce soluzioni più facili

Pechino resta dietro le quinte ma spinge Teheran verso la tregua, lasciando al Pakistan il ruolo di mediatore e tenendosi le mani libere per i negoziati commerciali con Washington. La fine dei colloqui a Urumqi

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9 APR 26
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio incontra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Monaco, il 13 febbraio scorso, a margine della Conferenza sulla sicurezza

E’ stato il presidente americano Donald Trump ieri a confermare un ruolo della Cina nel cessate il fuoco con l’Iran: a chi gli chiedeva se davvero Pechino avesse fatto pressioni su Teheran affinché accettasse le condizioni Trump ha detto: “Mi sembra di capire di sì”. Poche ore prima il New York Times aveva scritto che la leadership cinese, prima della scadenza dell’ultimatum, aveva chiesto a quella iraniana di accettare la proposta pachistana “per dare prova di flessibilità e allentare le tensioni”. Ieri il ministero degli Esteri di Pechino non ha confermato l’ingresso della Cina nei negoziati, ma si è limitato a ricordare le “ventisei telefonate” del ministro degli Esteri cinese Wang Yi “con i suoi omologhi dei paesi coinvolti” e la missione dell’inviato speciale per il medio oriente, Zhai Jun, nel Golfo. Del resto sin dall’inizio del conflitto Pechino si muove con grande cautela nei confronti di Teheran, a maggior ragione in questa fase precaria. (segue nell’inserto I)
Ieri l’ambasciatore iraniano in Cina, Abdolreza Rahmani Fazli, ha detto ai giornalisti di sperare che grandi paesi “come la Cina e la Russia” lavorino per “fornire garanzie credibili affinché gli Stati Uniti non scatenino nuovamente una guerra nella regione”. Secondo il South China Morning Post, però, la reazione al Zhongnanhai è stata tiepida: la leadership di Xi Jinping si è impegnata quanto bastava per provare a riaprire le vie di comunicazione attraverso Hormuz, ma non ha gli strumenti né l’interesse per fare da “garante” di una pace fragile, soprattutto dopo che Trump ha minacciato dazi al 50 per cento per chiunque fornisca componenti militari a Teheran. I funzionari cinesi e quelli americani sono ancora al lavoro per preparare l’incontro fra il capo della Casa Bianca e Xi a Pechino a metà maggio, ed entrambi vogliono raggiungere il prima possibile un accordo commerciale.
Nella crisi iraniana, Pechino ha preferito mandare avanti il Pakistan, alleato e dipendente economicamente dalla Cina. E’ anche per questo che ieri, con una tempestività forse non casuale, la leadership cinese ha annunciato la conclusione dei colloqui fra Pakistan e Afghanistan che ha ospitato a Urumqi, la capitale della regione dello Xinjiang: “Le tre parti”, ha fatto sapere il ministero degli Esteri di Pechino, “hanno individuato i punti fondamentali e prioritari da affrontare” nei negoziati. Dal punto di vista dell’immagine, mediare una pace fra Kabul e Islamabad per la Cina è ben più prudente che entrare nel calderone mediorientale. Ma c’è anche una posizione politica netta da considerare: ieri Pechino ha ripetuto che la chiusura dello Stretto di Hormuz è una conseguenza della “guerra illegale di America e Israele contro l’Iran”, ed è per questo che l’altro ieri Cina e Russia hanno bloccato la risoluzione del Bahrain al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nelle stesse ore, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha annunciato una visita in Corea del nord, la prima in sette anni. Pechino continua a coltivare relazioni utili all’interesse nazionale, lascia Trump ai suoi problemi e ottiene vantaggi per i suoi.