Orientarsi tra le guerre fredde e quelle incandescenti

La guerra brutale e calibrata di Putin. La guerra imprevedibile e teatrale di Trump. L’abisso con retorica a due passi da Hormuz. E sorprese possibili. Compresa la lettura di Lolita a Teheran, con Superconigli. Show e ansia

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8 APR 26
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© foto Ansa

Quella in Ucraina, orchestrata e diretta da Putin con perversa perseveranza, è una guerra a suo modo fredda. Fa vittime, induce dramma e pianto, impegna Europa e quel che resta dell’alleanza occidentale, cioè un’area altrettanto se non più critica della regione mediorientale, influisce alla grande sull’energia, direi anzi che per adesso le conseguenze di Hormuz, in paragone, possono perfino apparire un modesto ricarico sul pieno di benzina e un danno all’overtourism sbandierato speculativamente come l’orlo dell’abisso. Putin è alla manovra con un linguaggio sempre sorvegliato, con una faccia da poker che non si smentisce mai, nemmeno al cospetto della rivolta della Wagner a qualche centinaio di chilometri dal Cremlino, delega a qualche portavoce esagitato, per subito correggerlo, una minaccia nucleare che non supera mai la soglia della deterrenza. In Russia, luogo d’origine del più grande crimine bellico dopo l’ultima guerra mondiale, certe sparate sul bombardamento di Londra e annessi sono affidate a notori buffoni televisivi, si preferiscono in genere l’operatività e il veleno nei parchi al posto dei panel tv, si prediligono la repressione e il silenziamento coatto, e il Piccolo Padre osserva da lontano gli sviluppi con il suo apparato comunicativo più preoccupato di una qualche maestà imperiale, distanziata con lunghi tavoli bianchi e un profluvio di stucchi kitsch, che di una ravvicinata ferinità.
La guerra di Trump e Hegseth è invece incandescente, ornata, brillante e postmoderna. Provoca sconquassi, certo, come tutte le guerre e anche di più, visto l’immenso apparato militare coinvolto, ma procede con grandi parate di Superconigli pasquali associate a sparate parabibliche, come il nesso teologico tra la salvezza di un pilota e la Resurrezione di Cristo, invocato dal capo del Pentagono, non a caso scelto alla Fox News tra gli achormen che a Mosca chiacchierano dell’Apocalisse e alla all-news di Murdoch sono promossi generali a quattro stelle. Il presidente poi fa di tutto per essere temuto e non essere creduto, entra come Re Lear in quella mescolanza di follia e di stoltezza che nasce in Shakespeare per esaltare la capacità critica della commedia e del suo linguaggio, si esalta nelle conferenze stampa più divertenti e guaste del secolo per convincere definitivamente della sua debolezza psichiatrica, della orlandesca perdita della sanità di mente recuperabile solo con il viaggio di Astolfo sulla Luna (in atto), abroga millenni di civiltà per un suo ordine ultimativo, spazza via un paese di novanta milioni di abitanti dalla faccia della terra, fissa ultimatum e penultimatum, si candida alla guida del Venezuela e della Corea del Nord, parla della decimazione di ponti e infrastrutture civili, quello che Putin realizza con gelida ostinazione e impunità, vantando con fare grottesco un possibile primato da medaglia nel crimine di guerra, e sparge come fosse una mania personale il sale di una guerra giusta, fatta per eliminare la discarica mondiale dl terrorismo antisemita, e sorvegliata dall’alleato israeliano e dalla sua sobria determinazione a ribassare il pericolo che incombe su una nazione accerchiata dal nichilismo.
Tutto può succedere, come abbiamo fatto l’abitudine a intendere non senza una certa ansia all’ora di New York. Dallo scontro di civiltà, che è una cosa serissima, alla fine di una civiltà millenaria con quatto ore di campagna aerea. Ma tutto può appunto succedere. Anche l’imprevedibile, e cioè che Putin con il suo sussiego imperiale perda la guerra fratricida contro l’avamposto ucraino dell’Europa democratica, e invece la follia di Trump riesca a riaprire lo stretto di Hormuz e a imporre la lettura di Lolita a Teheran. Sicuro è che la riscrittura della politica e della sua comunicazione è in corso nei modi più sbilenchi e per certi aspetti inafferrabili, in questo intreccio di eccessi di follia e eccessi di razionalismo clasewitziano, tra medio oriente che esplode e pressione eurasiatica nella pentola russa.