Si fa presto a dire: “Trump no grazie”. L’Ue senza paracadute

Un dibattito pasquale, serrato e senza sconti, tra due voci che si inseguono sul senso dell’autonomia strategica: l’Europa può davvero crescere senza l’ombrello americano o resta prigioniera della sua infanzia strategica?

6 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:16 AM
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Il presidente americano Donald Trump. Foto Ansa

A: Partiamo da qui: l’Europa non può più permettersi di fare la raffinata. Non può limitarsi a dire che Trump è rozzo, che i dazi sono sbagliati, che la Groenlandia non si tocca, che Sigonella non è un parcheggio per i bombardieri americani. Tutto giusto. Ma poi? Se l’America trumpiana diventa meno affidabile, se perfino sulla Nato si insinua il dubbio che l’ombrello non sia più automatico, l’Europa che cosa fa?
B: Intanto evita di raccontarsi bugie. Il rischio è trasformare un’esigenza reale in una formula consolatoria. Si dice “autonomia strategica” come una volta si diceva “più Europa”: tono alto, contenuto vago. Ma l’autonomia non è uno slogan: è comando, spesa militare, interoperabilità, disponibilità a difendere Tallinn come Cipro. E qui casca l’asino.
A: Però qualcosa si è mosso. Dopo l’attacco di marzo a Cipro, il presidente Christodoulides ha indicato l’articolo 42.7 come una prova per l’Unione. Non una poesia: una prova. Cipro non è nella Nato ma è nell’Ue. Dunque: chi la difende? Quella clausola obbliga gli Stati membri a fornire “tutto l’aiuto” possibile a un paese sotto attacco. Il fatto che se ne discuta davvero indica che l’Europa è arrivata a un bivio.
B: Sì, ma nessuno sa come quella clausola dovrebbe funzionare: chi decide, chi manda truppe, con quali tempi. L’Unione non ha un comando integrato né esercitazioni comuni. Una clausola senza procedure non è deterrenza: è arredamento giuridico.
A: Intanto però una reazione c’è stata. Grecia, Spagna e Francia hanno mosso assetti militari. Cipro non ha nemmeno attivato formalmente la clausola: è bastato evocarla. Vuol dire che un riflesso europeo esiste, che un istinto di solidarietà strategica si sta formando. Non è poco.
B: E’ un riflesso, non una dottrina. Una reazione spontanea può incoraggiare, ma non basta a costruire una difesa. Se domani la crisi è simultanea a est e a sud, pensi davvero che basti evocare lo spirito europeo?
A: No, infatti il punto è istituzionalizzare quel riflesso. Friedrich Merz lo ha detto chiaramente: non sostituire la Nato, ma costruire un pilastro europeo solido. Non antiamericano, ma adulto. Se l’Europa vuole essere meno dipendente, deve smettere di vivere in un’infanzia strategica permanente.
B: Ma per farlo devi convincere governi e opinioni pubbliche a cambiare davvero. Devi spiegare che la solidarietà difensiva non può essere selettiva. E non è un dettaglio che molti stati membri abbiano forti resistenze. Il problema non è tecnico: è culturale. L’Europa non è ancora una comunità di destino abbastanza forte.
A: Però non puoi usare questo come alibi. L’Europa è stata viziata dalla presenza americana. Ha potuto permettersi il lusso del distinguo sapendo che sotto c’era sempre la rete. Ora la rete traballa. E il caso italiano lo mostra: Giorgia Meloni può marcare distanza da Trump, ma senza una responsabilità europea resta una posa. La domanda è semplice: siamo pronti a difenderci insieme oppure no?
B: Io direi: non ancora. Non abbiamo un comando unico, né una cultura condivisa della minaccia. Per Varsavia il pericolo è Mosca, per Nicosia il medio oriente, per Roma il Mediterraneo, per Berlino l’equilibrio. Mettere insieme tutto questo richiede una rivoluzione mentale. E le rivoluzioni europee sono lente.
A: Ma il mondo non aspetta. I droni iraniani non aspettano Bruxelles. I russi non aspettano formule diplomatiche. La domanda è brutale: vuoi restare protetto da una potenza che consideri imbarazzante, o vuoi crescere davvero?
B: La terza via, in realtà, è quella praticata finora: fingersi autonomi e restare dipendenti. Per questo bisogna diffidare degli slanci improvvisi. Non sono contrario al patto di mutuo soccorso, ma alla sua mitizzazione. Se resta simbolico, fallisce. Se diventa procedura, investimenti, addestramento e volontà politica, allora può funzionare. Ma bisogna dirlo chiaramente: autonomia significa pagare il conto.
A: E allora il punto è questo: non dire che l’Europa è pronta, ma smettere di usare la sua impreparazione come alibi. L’articolo 42.7 è stato una clausola dormiente. Oggi può diventare operativo. Non sarà semplice, ma rimandare sarebbe peggio.
B: Su questo siamo d’accordo. L’errore più grande è pensare che basti dire “Trump no grazie”. Il problema comincia lì: quando finisce la dipendenza psicologica e inizia la fatica materiale. Quando la politica estera smette di essere buone maniere e torna a essere forza.
A: Forse è questo il punto: per risorgere come soggetto politico, l’Europa deve accettare la responsabilità.
B: Purché dopo le parole arrivino bilanci, mezzi, decisioni e coraggio.
A: Insomma, purché dopo la retorica arrivi l’Europa.
B: Esatto. Ed è lì che si vedrà se voleva solo prendere le distanze da Trump, o diventare adulta.
Testo realizzato con AI