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Le intollerabili ipocrisie dell’amatissima Europa di fronte alla guerra in Iran
Chi protegge la libertà? Chi tutela la globalizzazione? E la Nato? Più il conflitto contro il regime iraniano va avanti più i problemi dell'Ue emergono alla luce del sole
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3 APR 26

Foto Ap, via LaPresse
Le ipocrisie di Trump, nella guerra contro il regime degli ayatollah, sono tante, sono ovunque e sono forse infinite. L’ipocrisia più grande, più importante, più pericolosa, è che se Trump considera l’Iran come il perno degli stati canaglia del mondo per indebolire l’Iran sarebbe necessario fare di tutto anche per indebolire la Russia, uno dei principali alleati dell’Iran, insieme con la Cina e la Corea del nord, ma nonostante l’evidenza dei fatti Trump ha scelto di non seguire questa strategia.
Di fronte alla guerra in Iran esistono delle ipocrisie simmetriche che riguardano purtroppo una delle oasi delle libertà nel mondo. Parliamo ovviamente dell’Europa, o meglio dell’Unione europea, e più la guerra in Iran prosegue più le ipocrisie della nostra amata Europa emergono alla luce del sole.
La prima ipocrisia, triste, strategica, è un’ipocrisia simmetrica a quella di Trump. Se l’Europa considera la Russia come parte di una minaccia più grande alle nostre democrazie, scegliere di difendere l’Ucraina senza fare nulla per limitare il raggio d’azione degli ayatollah che riforniscono di armi la Russia significa difendere la libertà con un braccio dietro la schiena.
La seconda ipocrisia riguarda una postura sulla quale Trump sta ovviamente speculando: se rimproveri il presidente americano per aver definito la difesa dell’Ucraina una causa troppo lontana dagli interessi degli Stati Uniti per essere considerata come centrale, non puoi considerare il tentativo di limitare il raggio d’azione dell’Iran come una causa troppo lontana dagli interessi europei per essere considerata come centrale.
La terza ipocrisia riguarda il tema della difesa dello Stretto di Hormuz, da dove transita non solo il 20 per cento del petrolio mondiale ma anche il 25 per cento del greggio importato dall’Italia. E l’ipocrisia è semplice: se tu Europa hai scelto di considerare la tutela della globalizzazione e la lotta contro il protezionismo come un asset strategico contro le derive del populismo globale, non puoi promuovere la libera circolazione delle merci e non essere disposta a difenderla quando questa viene minacciata dai nemici della libertà.
Una quarta ipocrisia, clamorosa, evidente, è quella che riguarda la Nato: se tu Europa, giustamente, rimproveri Trump per essere irresponsabile quando parla di Nato, e l’irresponsabilità di Trump non riguarda solo il suo desiderio di distruggere l’Alleanza ma anche la tentazione di sfidarla minacciando di invadere un’isola sotto tutela della Nato come la Groenlandia, non puoi semplicemente limitarti a richiamare Trump alle sue responsabilità, ma devi muoverti con urgenza per investire più soldi nelle spese militari e devi muoverti per essere reattiva, per esempio, come suggerisce il cancelliere tedesco Friedrich Merz provando a trasformare l’articolo 42.7 dei trattati europei che obbliga gli stati ad aiutarsi in caso di attacco in qualcosa non di astratto ma di concreto. Allo stesso modo, l’amatissima Europa che mostra disinteresse per la protezione di Hormuz e che mostra fastidio rispetto alla sua dipendenza dal greggio non può essere contemporaneamente disinteressata a proteggere Hormuz e disinteressata a creare una sua autonomia energetica attraverso investimenti in tutte le forme di approvvigionamento possibili, a partire dal nucleare, cosa che l’Europa continua a fare purtroppo a singhiozzo. Allo stesso tempo, ancora, l’amatissima Europa che cerca in tutti i modi di far sapere di non essere favorevole all’operazione di Trump in Iran, dovrebbe forse ricordare che, per quanto si possa stare lontani dalla guerra, la guerra è qui alle nostre porte (la Nato, per gli smemorati, è stata già costretta a difendersi dagli attacchi dell’Iran, come in Turchia, e l’Ue, per i distratti, è stata già costretta a mobilitarsi per difendere Cipro, sfiorata dai droni iraniani).
Il tema, in fondo, è semplice. Se tu, Europa, amatissima Europa, rivendichi autonomia, come l’Europa la sta rivendicando mostrando una certa freddezza nei confronti dell’America impegnata nella guerra contro l’Iran, devi attrezzarti per essere più indipendente dall’America sotto ogni punto di vista, in primis sul dossier militare. E per quanto la guerra possa non piacere all’Europa (a proposito: gli aerei cisterna che transitano abitualmente da Aviano e che riforniscono i bombardieri americani chissà da dove partono) sarebbe forse da irresponsabili augurarsi che la guerra possa concludersi con un esito negativo per l’America e per il mondo libero, anche considerando quanto l’Europa sia vulnerabile alla capacità dell’Iran di tenere in ostaggio i flussi petroliferi e anche considerando il fatto che le capitali europee sono nel raggio d’azione dei missili balistici iraniani. L’Europa che si ribella a Trump, alla ricerca di una sua autonomia, ha una sua dignità. Ma ribellarsi a Trump rafforzando gli amici dei tuoi nemici, più che una prova di autonomia, è una prova a metà tra autolesionismo e ipocrisia. Rifletterci, prima del prossimo no a favore di telecamera. Claudio Cerasa
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.