La via emiratina contro Teheran

Messaggi, minacce di intervento, blocco ai canali per mandare soldi in Iran, progetti per oleodotti e gasdotti per evitare Hormuz. Le mosse degli Emirati Arabi Uniti per fermare la Repubblica islamica dell'Iran

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3 APR 26
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AP Photo/ Fatima Shbair

Prima che gli israeliani e gli americani attaccassero la Repubblica islamica dell’Iran, gli Emirati Arabi Uniti erano disposti a tutto pur di mantenere uno stato di calma apparente nella regione. Lo erano a tal punto da essersi proposti fra i mediatori per un accordo fra gli Stati Uniti e gli iraniani. Lo erano a tal punto da ospitare l’allora capo del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, ad Abu Dhabi, proprio per trovare la strada giusta per un’intesa. Ma la guerra è incominciata, Larijani è stato eliminato da un attacco israeliano, e oggi gli Emirati sono invece pronti a molto per evitare che venga conclusa una pace frettolosa che lasci il regime dell’Iran ancora capace di colpire e stravolgere la regione in futuro. Il cambiamento degli emiratini è il sintomo di una regione che non può tornare uguale a prima e di uno spazio di tolleranza nei confronti del regime iraniano che si è chiuso.
Gli Emirati Arabi Uniti, secondo il Wall Street Journal, si stanno preparando ad aiutare gli americani a forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz e premono affinché il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adotti una risoluzione che autorizzi l’azione militare. Abu Dhabi vuole che sia tutto legale e che ci sia una coalizione che comprenda anche gli europei e gli asiatici. La posizione non è molto diversa da quella espressa dal presidente americano Donald Trump che, durante il secondo discorso alla nazione dall’inizio della guerra, è tornato a dire ai paesi con carenza di carburante di andare a Hormuz e prenderselo. Trump urla soprattutto contro gli europei, ma lo Stretto preso in ostaggio dalle navi militari e dai pedaggi di Teheran è un problema urgente anche per il Golfo. Nessuno dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (CcG) è intervenuto e per il momento soltanto gli Emirati hanno fatto sapere di essere pronti ad agire. E’ un segnale e si contrappone alla decisione dell’Oman, l’unico dell’area a non essere intervenuto almeno a parole contro l’Iran, di firmare assieme al regime di Teheran un comunicato in cui si impegna a controllare il traffico nello Stretto secondo i requisiti previsti dagli iraniani, in una mossa che pare riconoscere il controllo dell’Iran su Hormuz anche in futuro. Gli Emirati realizzerebbero a fatica un’azione militare quasi solitaria contro l’Iran e allo stesso modo l’Oman non volterebbe le spalle agli alleati del CcG agendo attivamente dalla parte dell’Iran. Molto in questa guerra è una questione di annunci e pressione, ognuno interpreta la sua parte, i messaggi valgono più delle azioni.
Il cambio di regime non è in programma, la regione quindi si sta attrezzando per convivere a lungo con Teheran e accelerare il suo collasso. Gli Emirati propongono di togliere all’Iran le cinque isole che consentono di controllare lo Stretto e ha velocizzato i progetti per la costruzione di nuovi gasdotti e oleodotti che consentirebbero di evitare Hormuz in futuro. La rete di condutture a trazione emiratina e saudita sposterebbe il peso energetico del medio oriente, togliendo a Teheran un’arma di ricatto. Il piano però è in piedi solo in parte, molto deve essere ancora costruito.
Abu Dhabi, come Riad, ha ormai interiorizzato il fatto che il regime iraniano va contenuto e portato verso la totale incapacità di agire e ferire la regione. Anche se a Hormuz la situazione dovesse risolversi, per il Golfo è essenziale che non succeda di nuovo, per questo sauditi ed emiratini fanno pressione su Trump perché risolva la situazione. Per il resto, gli Emirati hanno iniziato a prendere delle decisioni interne, volte a limitare il potere di Teheran. Abu Dhabi ha deciso di bloccare i canali non ufficiali e non autorizzati per il trasferimento di denaro verso l’Iran, usato spesso dal Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica. Per il regime gli Emirati servivano da àncora di salvezza economica, ora Abu Dhabi non vuole più tollerare che i droni che Teheran gli manda addosso siano finanziati con i sistemi per eludere le sanzioni organizzati sul suo territorio.