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Abu Dhabi non guarda a Bibi ma a Israele. I confini dell'accordo
L'annuncio dell'incontro e poi la smentita, il governo di Netanyahu non piace a bin Zeyed, ma la collaborazione fra Israele ed Emirati va alla grande
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15 MAY 26

Quando uno sgarbo diplomatico viene perdonato, in medio oriente vuol dire che la relazione è solida in modo incorruttibile. Martedì, l’Ufficio del primo ministro di Israele ha annunciato che nei primi giorni dell’operazione Ruggito del leone, contro la Repubblica islamica dell’Iran, Benjamin Netanyahu e il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, si sono incontrati. Il giorno dopo, Abu Dhabi ha smentito: non c’è stato nessun incontro. La comunicazione di Israele è stata irrituale e irrispettosa nei confronti di un paese che è diventato un alleato solido. “Se l’incontro non c’è stato, è facile intuire perché sia stato sbagliato annunciarlo. Se c’è stato ed era stato organizzato in segreto, allora vuol dire che gli Emirati non hanno gradito la rottura”, commenta Lianne Pollak-David, ex membro del Consiglio di sicurezza nazionale di Israele e cofondatrice della Coalizione per la sicurezza regionale. Gli Emirati, di fronte allo strappo sulla segretezza, hanno scelto di negare, per riportare anche i codici degli incontri al loro posto.
Netanyahu può aver fatto l’annuncio per varie ragioni, esterne, come mandare un segnale di deterrenza all’Iran e mostrare che Israele non è solo; o anche interne, in un clima pre-elettorale in cui il premier vuole ostentare quanto rispetto c’è nella regione nei suoi confronti e nei confronti del paese. C’è un fatto: agli Emirati come agli altri governi della regione, il governo israeliano composto da una destra tanto estrema non piace e infatti dalla creazione dell’ultima maggioranza non ci sono stati mai incontri pubblici fra bin Zayed e Netanyahu, “il presidente degli Emirati ha un vero problema con partiti che promuovono un’agenda negativa e contraria alla stabilizzazione nella regione. Poi però c’è la realtà sul tavolo e la realtà mostra che nonostante questo governo, Abu Dhabi ha continuato a portare avanti e approfondire le sue relazioni con Israele”, sostiene Pollak-David. Gli estremisti rendono l’alleanza nata con gli Accordi di Abramo più complessa, ma Israele e gli Emirati hanno continuato ad allinearsi, “Abu Dhabi e altri attori, riconoscono che Israele è riuscito a cambiare molte cose nella regione e il potenziale per il successo va ben oltre un governo non gradito, che alle prossime elezioni cambierà, con molta probabilità. Nella storia, accordi di pace come quelli con l’Egitto e con la Giordania, hanno dimostrato di poter sopravvivere a molti smottamenti”.
Netanyahu può essere radioattivo per le relazioni nelle regione. Bin Zayed forse preferisce mantenere segreti gli incontri con il primo ministro, secondo alcune ricostruzioni, l’Arabia Saudita vuole mantenere una facciata di distanza e cautela nei confronti di Israele anche per via del primo ministro e varie ricostruzioni riportano che il presidente del Libano, Michel Aoun, sarebbe anche pronto a uno storico incontro con le autorità israeliane, ma non con Netanyahu. Oltre la tossicità, però i fatti raccontano che i vicini non guardano Bibi, ma il paese e dopo la guerra contro l’Iran i rapporti si sono fatti ancora più profondi, con un alto coordinamento che è stato costruito anche con incontri di alto livello, seppur segreti. “Non so se la visita ci sia stata o meno, ma so che Israele ed Emirati continuano ad accrescere le loro relazioni dal punto di vista economico, scientifico e della difesa, e questo è un dato”, dice Asher Fredman, direttore dell’Istituto Misgav per la Sicurezza nazionale. “Gli Accordi di Abramo hanno costruito la fiducia fra i paesi e il risultato si vede. Israele ha fornito ad Abu Dhabi importanti mezzi di tecnologia, non l’avrebbe fatto senza fiducia”. Gli Emirati sono giunti alla consapevolezza di non poter rinunciare a Israele, ancora di più dopo l’inizio della guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran, quando Teheran da minaccia teorica è diventata una minaccia reale per il Golfo. L’impatto è forte e indietro non si torna, “con il blocco iraniano a Hormuz per esempio, tutti hanno capito che è necessario cercare vie alternative”, dice Pollak-David. “I paesi sanno che non possono dipendere da Hormuz per la loro economia e questo porterà a sviluppare più rapidamente il progetto Imec che collega l’India, il medio oriente e l’Europa passando per Israele”.
Fonti diplomatiche hanno riferito al Financial Times che l’Arabia Saudita ha discusso l’idea di un patto di non aggressione fra i paesi mediorientali e l’Iran e l’idea finora piace soprattutto agli europei. Riad e Abu Dhabi procedono a velocità molto diverse.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)