Il disastro di Mélenchon, da promessa della gauche a distruttore

La deriva della coalizione delle sinistre francesi. Il caso Quatennens, condannato per violenze domestiche e ancora al suo posto. E i dissidi interni, dai litigi sui nomi ai dissidi ideologici come quello sulla Tav
27 DIC 22
Ultimo aggiornamento: 05:00
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Foto di Francois Mori, AP Photo, via LaPresse&nbsp;<br />

Parigi. Fra qualche decennio, la Nouvelle union populaire écologique et sociale (Nupes), ossia la coalizione delle sinistre francesi guidata dal tribuno Jean-Luc Mélenchon, diventerà “un caso da studiare a Sciences Po”, assicura Libération. Ma non come un modello da seguire, anzi, proprio il contrario: per capire cosa non bisogna fare per sgretolare in una manciata di settimane un progetto politico ambizioso e aggregante, che ha avuto bisogno di anni per concretizzarsi.
Sei mesi dopo quella che molti presentavano come l’alba di una nuova sinistra, Mélenchon si trova di fronte a una crisi senza precedenti del suo partito, la France insoumise (Lfi), che della Nupes è la colonna portante. Le ragioni di questa crisi sono molteplici, ma la principale è da rintracciare nello spinoso caso Quatennens, dal nome dello scudiero di Mélenchon, condannato lo scorso 13 dicembre a quattro mesi di prigione (con la condizionale) per violenze domestiche e stalking ai danni dell’ex compagna, ma ancora saldo al suo posto di deputato per volere del padre padrone di Lfi.
Quatennens, infatti, rientrerà all’Assemblea nazionale già a gennaio, dopo soltanto quattro mesi di sospensione dal suo ruolo: un’esclusione temporanea che ha fatto urlare centinaia di militanti Insoumis e della Nupes. Ieri, sul Monde, alcuni di loro hanno firmato una lettera aperta per denunciare la decisione di non allontanare il braccio destro di Mélenchon. “Noi, membri della France insoumise e della Nupes, chiediamo l’esclusione di Adrien Quatennens”, si legge nella petizione. “Invitiamo le militanti e i militanti alla ribellione”, hanno aggiunto i firmatari, denunciando “un sistema verticale che privilegia la protezione dei quadri dirigenziali a discapito dei militanti e dei programmi. Chiediamo una democrazia interna più giusta dove i rappresentanti saranno nominati e legittimati dai militanti e non solo dal cerchio ristretto della direzione nazionale. Mettete in pratica le vostre promesse, agite: sì, la sfera privata è una questione politica, non c’è spazio per nessun aggressore nei nostri partiti, nelle nostre organizzazioni, nelle nostre istituzioni, nelle nostre assemblee”.
Quatennens è la punta dell’iceberg, ma il problema, in realtà, è più profondo e strutturale, riguarda l’intero funzionamento del partito e la deriva personalistica della leadership di Mélenchon.
Lo scorso 10 dicembre sono stati nominati i nuovi membri della direzione di Lfi, a partire dal nuovo capo, Manuel Bompard, ma la scelta, come denunciato dalla deputata Clémentine Autain in un’intervista su Libération, è avvenuta “per cooptazione”. “Ciò favorisce i cortigiani e contribuisce a mettere a tacere le critiche. Non è stato fatto nessuno sforzo di pluralismo nella composizione della direzione”, ha detto Autain: “Sono d’accordo sull’idea di non riprodurre le battaglie dei congressi dei partiti classici, ma non marginalizzando quelli che hanno opinioni diverse dall’attuale nucleo dirigenziale”.
Autain è uno dei volti della dissidenza all’interno di Lfi, assieme a François Ruffin, Alexis Corbière e Raquel Garrido. Ma con la nuova direzione di Manuel Bompard questa dissidenza non ha più voce in capitolo: perché sono stati tutti demansionati, tanto che alcuni parlano di “purghe”. Su France Inter, Bompard ha respinto le accuse di “pensiero unico mélenchonista” e di partito sull’orlo dell’implosione.
“Il mio problema oggi non è Clémentine Autain o Franços Ruffin, il mio problema sono Emmanuel Macron e l’estrema destra (…). Il mio ruolo è quello di garantire la nostra unità, di assicurare il lavoro di sviluppo del nostro movimento e non certo di decidere nel 2022 chi sarà il prossimo candidato alle elezioni presidenziali del 2027”. Ruffin, uno dei deputati più amati dai militanti Insoumis, giornalista, regista e voce della Francia periferica, ha manifestato su Lci la sua tristezza per un partito che, “invece di allagarsi, si restringe”.
Ci sono poi i problemi di ordine ideologico tra Lfi e gli altri membri della Nupes, che rendono fragile la tenuta della coalizione. Su un dossier centrale come l’alta velocità Lione-Torino, per esempio, il Pcf guidato da Fabien Roussel ha presentato lo scorso ottobre una proposta di risoluzione all’Assemblea nazionale, sottolineando tutti i lati positivi del progetto, mentre i Verdi francesi (Eelv), a cadenza settimanale, firmano petizioni e appelli per denunciarne il potenziale “disastro ecologico”. All’interno di Lfi, c’è chi è d’accordo con il Pcf, e chi, invece, come il deputato Gabriel Amard, denuncia il “non-rispetto dei diritti dell’acqua” all’origine della Tav.