Il capo della delegazione europea ai negoziati di Vienna, Enrique Mora, stringe la mano al capo della delegazione iraniana, Ali Bagheri Kani (foto LaPresse)

Il deal è vicino, dice l'Iran e per Biden suona quasi come una minaccia

Luca Gambardella

Nonostante i tentati omicidi di Bolton e Rushdie, gli americani hanno fatto tante concessioni a Teheran. Per il presidente americano non sarà facile giustificarle al Senato

Martedì la ricerca di un accordo sul nucleare iraniano non aveva fatto in tempo a raggiungere il suo momento più critico – dopo il complotto per il tentato omicidio dell’ex sottosegretario americano John Bolton e l’aggressione allo scrittore Salman Rushdie – che da Teheran sono arrivate invece le voci sorprendenti di un’intesa “mai così vicina”. Stavolta però a Washington c’è chi si interroga su un paradosso: se per ipotesi domani mattina gli iraniani dovessero finalmente accettare il testo del deal, sarebbe proprio allora che inizierebbero i problemi per Joe Biden. 

 

  

Se prima dell’attentato a Rushdie il Senato americano era nettamente sfavorevole a un accordo con l’Iran, ora la posizione bipartisan di democratici e repubblicani è ancora più netta. Già a maggio, i senatori aveva approvato una mozione non vincolante in cui si giudicava inaccettabile un deal troppo accomodante come quello proposto dall’Amministrazione Biden. Dell’Iran non c’è da fidarsi, era il messaggio subliminale di un voto che aveva trovato il sostegno anche di diversi democratici. Da quell’avvertimento in avanti, ai negoziati di Vienna non si è più parlato di rimuovere il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalle sanzioni internazionali. E così si è arrivati alle parole di ieri – tutte da confermare nei fatti – pubblicate su Twitter da Mohammad Marandi, consulente della delegazione iraniana durante le trattative di Vienna: “Non posso dire che ci sarà un accordo, ma non siamo mai stati tanto vicini. Restano solamente alcuni aspetti non troppo difficili da risolvere”.

 

 

La versione finale della bozza con le ultime osservazioni della delegazione iraniana è stata inviata lunedì sera ai mediatori europei e ora è allo studio. Sembra che la questione cruciale rimasta ancora aperta – ma su cui sarebbero stati fatti comunque passi avanti consistenti – sia quella delle compensazioni economiche che l’Iran chiede di includere nell’accordo nel caso in cui gli americani decidessero di recedere nuovamente. E’ un punto delicato: si tratterebbe di vincolare l’Amministrazione americana ad accettare un rinnovo dell’accordo secondo condizioni dettate da uno stato sponsor di attentati terroristici nel mondo e negli stessi Stati Uniti. Se davvero dovesse accettare questa condizione, per Biden sarà dura giustificarla al Senato. Anche perché la bozza finale dell’accordo presenta due ulteriori concessioni. Una è stata fatta a Teheran, e prevede la chiusura delle indagini dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sulle tracce di uranio trovate in impianti tenuti nascosti dagli iraniani. L’altra è stata fatta alla Russia e garantisce la cooperazione fra Mosca e Teheran sullo sviluppo del nucleare nonostante le sanzioni. “Siamo soddisfatti”, ha detto Mikhail Ulyanov, rappresentante del Cremlino alle organizzazione internazionali.    

 

Il motivo di tanti compromessi da parte degli Stati Uniti  è la mancanza di alternative. Un diplomatico americano l’ha spiegato la settimana scorsa a Reuters: “Abbiamo cercato un accordo proprio perché un programma nucleare iraniano senza dei paletti precisi peggiorerebbe di gran lunga i problemi che abbiamo con loro”. La linea della diplomazia americana è quella di arrivare a una soluzione di contenimento “meno peggio” delle altre – dove le altre non escludono la soluzione militare, attualmente insostenibile sotto diversi aspetti, sia economici sia politici. Negli ultimi giorni, la possibilità di raggiungere un accordo con l’Iran ha mostrato tutta la sua appetibilità, non solo per la diplomazia americana ma anche per i mercati energetici. E’ bastata la semplice notizia di un possibile accordo con l’Iran e della conseguente rimozione delle sanzioni alla sua produzione petrolifera  (in combinazione con i dati negativi dell’economia cinese) per riportare il prezzo del greggio sotto ai 90 dollari al barile. Per Biden, l’unico modo per convincere i senatori – anche quelli del suo stesso partito – dell’indispensabilità del deal è forse quello di alleggerire il costo di un pieno alle pompe di  benzina.  

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it