Un giovane prega durante una protesta a Tel Aviv contro il governo Bennett dopo una serie di attentati in tutto il paese (foto LaPresse)

Perché c'è una nuova ondata di terrore in Israele

Luca Gambardella

In 7 giorni 11 morti, mai così tanti dal 2006. Lo Stato islamico torna a fare paura e Bennett invita i cittadini "a portare con sé le pistole". Hamas dice che ha imparato la lezione della guerra fra Russia e Ucraina: "Quando imponi il dato di fatto sul terreno, tutti si arrenderanno"

Quattro attentati e 11 morti in appena sette giorni sono il segnale che Israele è sull’orlo di “una nuova ondata di terrore”, ha detto ieri il premier Naftali Bennett in un discorso alla nazione. Bennett è finito sotto accusa perché era dal 2017 che lo Stato islamico non rivendicava attentati in Israele, ed era addirittura dalla seconda intifada del 2006  che il paese non contava tanti morti. Tutti e quattro gli attacchi di questi giorni hanno colpito il cuore del paese, mettendo in dubbio le capacità delle forze di sicurezza e quelle del governo, dove c’è solo il ministro della Difesa, Benny Gantz, a vantare un’esperienza sul campo tra le forze armate.  “Cosa ci si aspetta da voi, cittadini israeliani? Vigilanza e responsabilità – ha detto il premier – Per chiunque abbia il porto d’armi, questo è il momento di portare con sé la pistola”. L’invito di Bennett alla difesa diffusa è la risposta che chiedevano gli israeliani, spaventati da una minaccia che interessa zone diverse e lontane del paese. 

   

 

Martedì scorso a Bnei Brak, dopo che un uomo armato di un fucile d’assalto M-16 ha aperto il fuoco sui passanti in un quartiere ebreo ortodosso uccidendo 5 persone prima di essere neutralizzato, i residenti sono scesi in strada urlando “vendetta” e “morte agli arabi”. Il livello di allerta è stato alzato al massimo – non succedeva dal maggio  scorso  – e le forze di sicurezza hanno lanciato l’operazione “Wave Breaker”, schierando migliaia di uomini di rinforzo lungo il confine con la Cisgiordania. Oggi, nei pressi di Jenin, un militare israeliano è stato ferito e tre palestinesi sono stati uccisi nel corso di un’operazione. Nelle stesse ore più a sud, nell’insediamento di Gush Etzion, un palestinese ha ferito un soldato su un autobus a colpi di cacciavite. Gli attacchi più gravi sono stati quelli dei giorni precedenti. Il 22 marzo, a Be’er Sheva, un beduino israeliano affiliato allo Stato islamico ha ucciso quattro persone a coltellate in un centro commerciale e in una stazione di servizio. Cinque giorni dopo, due terroristi arabo-israeliani, anch’essi ispirati dal Califfato, hanno ucciso due guardie di frontiera a Hadeera. Infine, martedì scorso, altre cinque persone sono state uccise dall’assalitore di Bnei Brak. In questo caso la rivendicazione è arrivata dalle Brigate dei martiri di al Aqsa, un gruppo combattente palestinese affiliato al partito al Fatah. 

  

Ci sono diversi aspetti che preoccupano  le autorità israeliane. Il primo riguarda le modalità. Era  da anni che arabi-israeliani non attaccavano Israele oltre la Linea verde, quella che segna il confine con la Cisgiordania, dimostrando lacune nella sorveglianza della barriera.  L’agguato alle due guardie di frontiera a Hadeera, così come l’attacco di Be’er Sheva, sembra siano stati sferrati da lupi solitari. Il terzo invece, quello di Bnei Brak, ha richiesto un coordinamento particolare: l’assalitore, il 26enne Diaa Hamarsheh, ha prima sconfinato illegalmente dalla Cisgiordania e solo una volta in territorio israeliano, con l’aiuto di complici, si è procurato il fucile d’assalto. E’ un aspetto insolito, visto che gli attacchi più recenti sono stati sferrati  con coltelli. Secondo le autorità israeliane, gli attacchi hanno innescato un cosiddetto “sistema copycat”: ogni attentato influenza il successivo, creando un processo di emulazione fra gli assalitori  difficile da arrestare.                

  

A peggiorare le cose c’è il momento particolare, e pericoloso, in cui arriva la nuova ondata di attentati. Il 2 aprile inizia il Ramadan, il mese sacro dell’islam, nelle prossime settimane cadrà anche la Pasqua cristiana e quella ebraica, la Pesach. Una combinazione di ricorrenze religiose  che si mescola allo Yom HaAtzmaut, la festa d’indipendenza israeliana, e alla Naqba palestinese, che commemora l’esodo degli arabi palestinese durante la guerra civile del 1947-48. 

  

Sui social, molti gruppi armati hanno inneggiato ai martiri di questi giorni. Abu Hamza, portavoce delle brigate al Quds, i combattenti del gruppo palestinese del Jihad islamico, ha annunciato che i combattenti sono “in massima allerta”. E anche Hamas ha trasmesso un comunicato in cui dice che “la resistenza ha il dito sul grilletto”. C’è poi il contesto internazionale e della guerra in Ucraina, che Hamas sta cercando di strumentalizzare per esacerbare ancora di più un clima di tensione. “Non c’è alternativa alla lotta – ha detto Khaled Meshaal, capo di Hamas all’estero – Basta negoziati. Se c’è una lezione che dobbiamo trarre dalla guerra fra Russia e Ucraina è che dobbiamo imporre la nostra volontà sul terreno, e non importa cosa si dice di noi. Quando imponi il dato di fatto sul terreno, tutti si arrenderanno, che gli piaccia o no”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it