Foto EPA/STEPHANIE LECOCQ 

dopo il vertice Nato

La follia non è armare l'Ucraina ma ostinarsi a inseguire la politica dei “non farò”

Claudio Cerasa

Cosa ci dice il testo che compone la dichiarazione congiunta messa insieme ieri a Bruxelles dai capi di stato e di governo della Nato su quello che continua a non voler vedere l'occidente

Con i “non farò” si può vincere una guerra? La lettura del testo che compone la dichiarazione congiunta messa insieme ieri a Bruxelles dai capi di stato e di governo della Nato offre agli osservatori tre spunti di riflessione interessanti.

Il primo spunto riguarda ciò che la Nato ha già fatto per aiutare l’Ucraina e i fatti vengono così elencati: 40 mila soldati schierati sul fianco orientale dell’Europa insieme a mezzi aerei e navali, quattro ulteriori gruppi tattici multinazionali pronti ad arrivare in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia, assistenza della Nato in settori quali la sicurezza informatica e la protezione contro le minacce di natura chimica, biologica, radiologica e nucleare, sostegno umanitario ai milioni di rifugiati.

Il secondo spunto riguarda lo spazio dedicato dalla Nato alla possibilità che la Russia utilizzi armi chimiche, come sostengono stia già avvenendo i governatori di alcune città ucraine, e su questo punto l’Alleanza atlantica ha dedicato ben diciassette parole: “Qualsiasi uso da parte della Russia di un’arma chimica o biologica sarebbe inaccettabile e comporterebbe gravi conseguenze”.

Il terzo spunto riguarda ciò che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha detto ieri a muso duro di fronte ai capi dei paesi membri della Nato: “L’Ucraina – dice Zelensky – non ha armi antimissili. La nostra aviazione è ridotta rispetto alla loro e per questo i russi utilizzano armi di distruzione di massa. L’Ucraina ha bisogno di assistenza militare, ma senza restrizioni”.

 

Le frasi di Zelensky riportano alla mente alcune considerazioni utili offerte ieri mattina dal Wall Street Journal, che in un duro e zelenskiano editoriale dedicato alle risposte della Nato nella guerra in Ucraina ha posto un tema cruciale. “L’essenza della deterrenza – scrive il Wsj – è la credibilità, il che significa persuadere Putin che il suo ricorso alle armi nucleari in Ucraina, e anche a quelle chimiche e biologiche, riceverà una risposta necessaria. E la sfortunata realtà è che l’Alleanza atlantica non sta ancora facendo abbastanza per assicurare la sconfitta di Putin”.

Il Wsj mette il dito in una doppia ferita che ha a che fare non solo con il piano militare, ma anche con quello economico. Un’Alleanza atlantica che da mesi ripete ciò che non farà, ovvero inviare soldati sul terreno, e che di fronte alla minaccia dell’utilizzo di armi chimiche considera sufficiente utilizzare diciassette parole del suo comunicato, per mostrare la sua capacità di deterrenza avrebbe bisogno di essere sostenuta nel suo sforzo anche dai decisori politici, che pur avendo inquadrato bene la portata della minaccia rappresentata da Putin sembrano aver ancora paura di fare tutto ciò che è necessario fare per sconfiggerlo.

Sul piano economico, questo ha due implicazioni.

La prima, suggerisce ancora il Wsj, è di carattere politico: dire pubblicamente che le sanzioni contro la Russia non saranno revocate fino a quando le truppe di Putin non lasceranno l’Ucraina.

La seconda, suggerisce invece il buon senso, è di carattere culturale, e la verità per molti inconfessabile è che l’incapacità da parte dell’Europa di rompere fino in fondo i suoi legami con la Russia dipende anche dall’incapacità da parte dell’Europa di spezzare fino in fondo le sue catene con quel fondamentalismo ecologista che a forza di utopie, a forza di non farò, a forza di demonizzazione del nucleare, a forza di finte tutele del paesaggio, a forza di battaglie contro le alternative al gas russo, ha reso semplicemente un pezzo dell’Europa dannatamente più dipendente dall’energia russa.

Papa Francesco, ieri, ha definito “pazzi” gli stati che hanno scelto di spendere il due per cento del pil per la spesa militare. Ma come ci ricorda la storia di una guerra ben conosciuta da Vladimir Putin e da Papa Francesco, la guerra in Siria del dittatore Assad, a rendere un conflitto più duro e più lungo del dovuto di solito non è l’intervento dell’occidente ma è l’egemonia della politica dei non farò.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.