Esteri
MEGLIO FARE LA SPESA •
La dieta Brexit
Il Regno Unito dipende dall’Ue anche per le provviste alimentari e pure comprare i pomodori diventa un caos

Il primo ministro inglese Boris Johnson e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (foto Lapresse) <br />
Arriva la Brexit, meglio fare la spesa. Potremmo riassumere così quello che potrebbe succedere tra un paio di settimane nel Regno Unito, se sarà davvero no deal. La corsa alle provviste che in parte sta già succedendo, in parte potrebbe succedere da qui alla fine dell’anno, dipende dal fatto che circa il 30 per cento di tutto il cibo consumato nel Regno Unito arriva dall’Ue e che, nel caso di alcuni i alimenti, come gli spinaci e le olive, l’Ue è l’unico fornitore del Regno Unito. Anche per quelli di cui non è il solo fornitore, l’Ue fa comunque la parte del leone: l’85 per cento per cento dei pomodori, per esempio, o il 90 per cento della lattuga. Nel caso non si arrivasse a un accordo di scambio con l’Ue, questi prodotti o (cosa improbabile) scompariranno del tutto dagli scaffali inglesi o costeranno sensibilmente di più. Il che, per certe tasche, è un po’ la stessa cosa.
Per capire quanto, mettiamoci a fare qualche conto e immaginiamo di essere a Londra e di desiderare dei pomodori. Oggi un chilo di pomodori costa più o meno 2 sterline. Un prezzo a cui, nella peggiore delle ipotesi, occorrerà aggiungere il 22 per cento di dazio di importazione prevista dalla Wto (sotto il cui cappello ricadrebbero gli scambi con il Regno Unito in caso di no deal). Poi occorrerebbe aggiungere una frazione dei costi più alti di trasporto, perché se i camion devono fare la fila ai controlli, impiegano più tempo, il che significa più carburante, più ore di lavoro retribuito e, magari, maggiore necessità di celle frigorifere. Stiamo bassi e ipotizziamo che tutti questi costi pesino, sul conto totale, circa 50 penny, il nostro conto finale sarebbe di 2,50 sterline. Certo, per 50 penny in più non muore nessuno. Ma cosa succede se questi penny in più venissero moltiplicati per decine di prodotti che si comprano con la banalità e la frequenza con cui si comprano i pomodori?
Il conto lo ha fatto la Cornell University, ipotizzando un aumento di circa 675 sterline l’anno per famiglia; un altro studio, della London School of Economics ha rilevato che il prezzo dei formaggi potrebbe aumentare fino al 55 per cento, mentre il costo di altre carni e prodotti lattiero-caseari dell’Ue aumenterebbe di circa il 20 per cento. Alta o bassa che sia, in ogni caso, si tratta di una spesa che non era stata prevista e che, per giunta, arriverà nel bel mezzo di una crisi economica gravissima e senza nemmeno uno straccio di Recovery fund da aspettare. Così gli inglesi iniziano a fare provviste e sui giornali appaiono liste di prodotti che con più difficoltà si potrebbero reperire dopo il primo gennaio. Tra questi, il vino, che arriva da Francia e Italia; i formaggi, che arrivano da Francia, Italia e Grecia; il bacon, che arriva dalla Danimarca; il prosciutto, che arriva da Italia e Spagna; i già citati pomodori, che arrivano dalle serre olandesi; le mele, che arrivano da Italia e Francia; un sacco di burro, che arriva dall’Irlanda; buona parte del caffè, che arriva da Italia, Francia e Spagna; l’olio d’oliva, sempre da Italia, Francia e Spagna.
Secondo alcune indiscrezioni non confermate e raccolte dal Times, sembra che dal governo sia partito un ordine segretissimo alle catene di supermercati di fare ampie scorte, in previsione di un possibile (ma assai poco british) assalto ai forni. Ma il problema non è solo quanto olio potranno comprare gli inglesi di qui a poche settimane. Il problema riguarda, tra le altre cose, circa 10 milioni di persone che nel Regno Unito sono in condizioni di indigenza tanto grave da faticare a fare la spesa, da farla con estrema misura o da doversi rivolgere a banchi alimentari. Un numero cresciuto vertiginosamente (circa il quadruplo) in questi mesi di Covid. E un numero che riguarda anche circa 2,4 milioni di bambini. Solo due giorni fa, l’Unicef ha detto che prevede di dover intervenire nel Regno Unito.



