Contro i deliri della cartomanzia geopolitica
Un venticello di follia pervade i commenti ostili alla deterrenza militare di Trump. Frivole farneticazioni degli apocalittici senza pezze d’appoggio
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9 JAN 20

LaPresse
Una sensazione di leggera follia accompagna le notizie sul mancato inizio (per ora, o for now come scrive il Financial Times) della Terza guerra mondiale. Ne vedremo delle belle, e cercherò alla fine di affibbiare a questa banale predizione un banale perché. Intanto assistiamo a un curioso balletto. L’Arciduca Francesco Ferdinando è morto in un attentato. Non è arrivata una dichiarazione di guerra, e la dichiarazione di lutto nazionale iraniano ha portato a una carneficina di oltre cinquanta morti nel corso dei funerali. La rappresaglia è stata più che controllata, con il danneggiamento di una pista aerea e poco più in una base irachena che ospita soldati americani e della coalizione. Molti comizi, molti slogan, furbe distrazioni di immense folle, evocazione di un martirio, morte all’America, morte all’entità sionista, ma niente di più. Cose già viste. Logico, nella scala e nella natura dell’illogico, che Trump si affretti a dire “tutto bene” e che dalle due parti si moltiplichino affermazioni ridondanti di belligeranza accompagnate da sortite diplomatiche normalizzanti. In sostanza non è cambiato molto, a parte movimenti destabilizzanti in Iraq e un’attesa infida di nuove mosse di là da venire. Di sicuro c’è solo che un atto di deterrenza a forte caratura, duramente conflittuale, ha per ora, for now, avuto il suo effetto.
Siccome però l’opinione internazionale multilateralista e antitrumpiana, i liberal, ha bisogno di argomenti per esercitare una sua deterrenza verbale contro la deterrenza militare che a sorpresa ha avuto un suo modo di manifestarsi, ecco un venticello grottesco di follia che pervade i commenti prevalenti. Ora ci arrivo, ma devo premettere che Trump è con il suo America First! e Me First! il principe dei multilateralisti, il suo è un multilateralismo egocentrico fondato sull’arte del deal, laddove l’unilateralismo di George W. Bush e dei neoconservatori era una strategia occidentalista a solida guida americana, e “imperiale” o geopolitica, aperta a coalizioni di volenterosi. E fino alla eliminazione di Suleimani, e oltre, suppongo, Trump aveva rotto con la strategia di un contrasto occidentale al radicalismo islamista post 11 settembre. Era il comiziante, e lo è, che si preoccupa di ignorare o vuole terminare le endless war, le guerre interminabili che sono lontane in apparenza dall’America. Per un momento, il momento del drone fatale, i trumpiani ortodossi si sono dissociati, richiamando l’isolazionismo come dovere e promessa, e i neoconservatori hanno applaudito a un atto di responsabilità internazionalista foriero di coinvolgimento degli Stati Uniti nel teatro di azione per anni abbandonato con la famosa ritirata obamiana, e con il raddoppio trumpiano.
Premesso questo, ecco virgolettati i commenti del paradossale e dell’assurdo. “L’affermazione della deterrenza è solo apparente e temporanea. Il regime di Teheran si è rafforzato e ha imposto al mondo la sua sfilata luttuosa come una grande e terribile risposta. I radicali iraniani sono più forti oggi di ieri, anche se hanno perso uno dei loro capi storici e non lo hanno vendicato se non simbolicamente. Non c’è dubbio che triplicheranno l’aggressività e gli sforzi del grande esercito dei proxy warrior, i miliziani, privati del loro ideatore e monumentale leader martirizzato ma sempre più capaci di agire in Libano, in Yemen, in Siria e in Iraq. La dottrina Suleimani ha il suo trionfo dopo la morte del suo ideatore. Gli americani non avevano calcolato che avrebbero perso l’Iraq e che avrebbero rilanciato la strategia iraniana di espellerli dal medio oriente”. E poi: “La rilegittimazione del regime a furor di popolo è un fattore decisivo, senza quella non sarebbero stati mandati i missili sulle basi irachene. Le conseguenze disastrose della Sarajevo del XXI secolo si faranno sentire, la guerra continua eccetera”.
È un delirio frivolo, come si vede. Non hanno voluto twittare la bandiera e approvare una decisione politica opportuna e tardiva di deterrenza forte, alcuni di loro hanno paragonato Suleimani a Cheney, cioè un generale nemico e terrorista a un uomo di stato patriota e internazionalista, ecco che devono giustificare in questo modo penoso, e con argomenti così ridicoli, la dissociazione e il suo gigantesco flop. Il mancato innesco della Terza guerra mondiale, e il minimo ristabilimento di un equilibrio nei rapporti di dissuasione e di forza, diventano il pretesto per argomentazioni sofistiche, e per una previsione di tipo cartomantico su un futuro oscuramente apocalittico. Senza la minima pezza d’appoggio. Ne vedremo invece delle belle, questo è certo, non perché l’America è imperialista e avventurista, tutt’altro, perché semmai la deterrenza Suleimani è stata esercitata all’interno di una guerra vera alla quale ciascuno è rassegnato ma che nessuno ha voglia di combattere con una strategia decisiva, nemmeno Trump e forse nemmeno il Pentagono, malgrado sia chiaro come il sole, e da un paio di decenni, che questa guerra di civiltà finirà (provvisoriamente, ma per generazioni) solo con una Waterloo degli eserciti rivoluzionari islamisti, il giorno in cui cadranno gli ayatollah a Teheran e a Qom.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.