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La strage di Tiananmen e il fantasma della (terza) controrivoluzione maoista

Appunti in controtendenza (non giustificazionisti) sul 1989

5 Giugno 2019 alle 11:10

La strage di Tiananmen e il fantasma della (terza) controrivoluzione maoista

Una foto di repertorio delle proteste di Piazza Tiananmen nel 1989 (Foto LaPresse)

È inevitabile che, nel ricordo dei movimenti studenteschi della Tiananmen sanguinosamente repressi, tutta la simpatia umana vada ai ragazzi disarmati che si opponevano a viso aperto ai carri armati. Tuttavia una riflessione più fredda, se si vuole anche un po’ cinica, può portare a un giudizio politico diverso. Naturalmente la storia non si può fare con i se e con i ma, però vale la pena di domandarsi come sarebbe andata a finire se quel movimento avesse potuto svilupparsi. La Cina di allora era controllata dal gruppo dirigente che aveva subito le durissime repressioni del periodo precedente, quello della “grande rivoluzione culturale proletaria”, che aveva avuto origine da un movimento giovanile poi utilizzato dal maresciallo Lin Piao per restaurare un maoismo radicale che in precedenza era stato sconfitto da quel settore ora tornato al potere con Deng Xiao Ping.

 

I maoisti restavano forti e avevano una particolare penetrazione nell’esercito: anche per questo i nuovi dirigenti temevano che potesse ripetersi ciò che era avvenuto all’inizio della rivoluzione neo-maoista di quindici anni prima. In effetti le posizioni filo occidentali (o gorbachoviane) che animavano le agitazioni studentesche non avevano una base nella società cinese di allora, dove non esisteva un ceto medio in grado di dare sostanza a una competizione politica, né un ceto intellettuale abbastanza esteso per darle uno sfondo ideologico. È il caso di ricordare che anche nelle università e nei licei i professori erano stati sottoposti alla “rieducazione” nelle comuni agricole, il che spingeva i sopravvissuti a preferire la stabilità garantita da Deng a qualsiasi avventura rivoluzionaria, seppure liberale. Il pericolo di una terza restaurazione maoista non era affatto irrealistico, tant’è vero che perfino ora, a quindici anni di distanza, continua a esprimersi in qualche modo nel dibattito del Partito comunista cinese.

 

D’altra parte non si può fare a meno di osservare sconsolatamente che le pulsioni democratiche e liberali cui si è assistito in questi anni sono pressoché sempre state fagocitate da posizioni estremistiche e fondamentaliste. Anche in Iran il primo governo dopo la fuga dello Scià esibiva caratteri liberali, ma poi tutto è stato assorbito dal regime autoritario e illiberale degli Ayatollah. Anche le primavere arabe, interpretate dal dipartimento di Stato americano come prodromi di una stagione di democrazia liberale, sono state poi assorbite e utilizzate per l’affermazione di movimenti o di regimi di tutt’altra natura, con poche e tuttora fragili eccezioni, come quella tunisina.

 

Il carattere monopartitico del regime cinese impedisce di dare di quella vicenda una lettura critica aperta a un confronto di posizioni diverse: si preferisce semplicemente negarla, il che rende ragionevole, addirittura sacrosanta, l’indignazione esterna, che si esprime anche in una considerazione anch’essa un po’ acritica delle potenzialità reali e delle possibili conseguenze delle rivolte studentesche. Cercare di ragionare su quelle vicende può servire a capire meglio la Cina di allora e di oggi, un immenso paese la cui storia non può essere interpretata appiattendola sulle categorie usuali nell’esame delle società e delle civiltà di origine europea o fortemente influenzate, magari attraverso il colonialismo, da quelle società. Farlo rischia di apparire una giustificazione della repressione e un disprezzo per gli ideali di libertà politica che mossero gli studenti della Tiananmen, ma è un rischio che vale la pena di correre per cercare di capire un universo che non si può schiacciare nelle dicotomie classiche della storia e della civiltà occidentale, che non sono tutta la storia e tutta la civiltà, che ci piaccia o no.

Sergio Soave

Nato ad Alessandria, in Piemonte, nel 1947, studia a Milano, dove svolge attività nelle organizzazioni politiche, sindacali e cooperative della sinistra. Costretto ad abbandonare queste attività dallo scoppio di Tangentopoli, trova asilo politico e professionale nel Foglio, al quale collabora dalla fondazione. Scrive anche come commentatore politico su altre testate, come l’Avvenire. Ora vive nelle Langhe e passa lunghi periodi in Catalogna e, sul confronto tra il nostro sistema politico e quello di Madrid ha scritto un libretto, “Pasticcio italiano in salsa spagnola”, per Boroli editore.

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