Un combattente siriano sostenuto dai turchi in un campo di addestramento nella campagna di Aleppo, nel nord della Siria (foto di Aref Tammawi /AFP/LaPresse)

Erdogan e Trump trovano un accordo siriano a spese dei curdi

Daniele Raineri

Verso una zona di sicurezza profonda 30 km sotto il controllo dei soldati turchi, Ankara e Washington sono d’accordo

New York. Domenica sera il presidente americano Donald Trump ha scritto su Twitter che se la Turchia attacca i curdi siriani allora lui per rappresaglia “devasterà l’economia” della Turchia e ha proposto la creazione di una zona di sicurezza profonda venti miglia – poco più di trenta chilometri – a partire dal confine turco dentro il territorio che oggi è dei curdi siriani (che a loro volta l’hanno strappato allo Stato islamico dopo una lunga campagna di guerra).

 

  

Questa zona di sicurezza passerebbe sotto il controllo dei militari turchi che già si ammassano al di là della frontiera, circa 80 mila, più del doppio di quelli che andarono a prendere il settore nord di Cipro nel 1974 come notano con orgoglio i giornali turchi. Ieri mattina la Turchia ha risposto al tweet di Trump. Prima il ministro degli Esteri ha difeso l’onore del paese dicendo che la mossa americana sarebbe “un errore fatale” e “non abbiamo paura”, poi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sentito Trump al telefono e si è detto d’accordo sulla sostanza anche se preferirebbe un uso più cauto dei social media. Questa zona di sicurezza, dice Erdogan, a noi va bene (toglierebbe ai curdi molte città popolose come Manbij, Qamishli e anche Kobane, che fu il luogo di una resistenza disperata contro i fanatici islamisti dello Stato islamico nell’inverno 2014).

   

La conversazione tra i due presidenti mette fine alla spaccatura della settimana scorsa quando Erdogan ha rifiutato di incontrare il consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, che era volato in medio oriente per rassicurare gli alleati (soprattutto Israele) a proposito del ritiro americano dalla Siria. Bolton in viaggio aveva detto ai giornalisti che il ritiro è subordinato ad alcune condizioni che suonano molto lontane nel tempo: la sconfitta totale dello Stato islamico, il contenimento dell’Iran che non deve approfittare della situazione per riempire il vuoto lasciato dagli americani e la garanzia da parte dei turchi che nessun male sarebbe fatto ai curdi siriani. 

  

Ma “curdi siriani” è un’espressione troppo vaga perché include anche le milizie dello Ypg, legate al Pkk, ed Erdogan non avrebbe mai accettato di non fare alcun male ai curdi del Pkk che considera un gruppo terrorista pericoloso tanto quanto lo Stato islamico.

  
Come racconta un lungo pezzo pubblicato ieri dal Washington Post, la gestione del ritiro americano dopo l’annuncio di Trump è parecchio complicata. Una fazione dentro alla Casa Bianca vorrebbe prendere tempo e ritardare tutto perché si rende conto dei rischi (persino Erdogan ha chiesto che i soldati americani non lascino di colpo la zona, di certo non “in trenta giorni” come era stato detto a dicembre) ma Trump teme di apparire scavalcato dai suoi e quindi mette pressione con i soliti tweet.

 


Manca in questa situazione una figura come Jim Mattis, il capo del Pentagono, che si è dimesso il 21 dicembre in dissenso aperto con Trump che su Twitter aveva annunciato un ritiro immediato dei soldati americani dalla Siria e che a giudicare dai resoconti che filtrano aveva il ruolo di moderatore degli impulsi presidenziali e sapeva come negoziare con lui. All’inizio di settembre dell’anno scorso le milizie filoiraniane spararono tre colpi di mortaio contro l’ambasciata americana a Baghdad, in Iraq, che non ferirono nessuno. Il Wall Street Journal scrive che dopo quell’attacco l’Amministrazione Trump e soprattutto il consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, presero in considerazione l’idea di attaccare bersagli in Iran come rappresaglia e chiesero al Pentagono di preparare piani d’attacco.

   

I militari obbedirono e presentarono alcune opzioni, tra le quali c’era anche il bombardamento di una fabbrica di armi in Iran di importanza minore vicino al confine, ma avvertirono anche che la mossa sarebbe stata molto controproducente. L’attacco non era stato così importante – dieci anni fa piovevano colpi di mortaio tutti i giorni su quell’ambasciata e spesso a sparare erano le stesse milizie – e lanciare un’operazione militare contro bersagli in Iran avrebbe senz’altro provocato una reazione e un effetto a catena dalle conseguenze poco chiare. L’Iran può rendere la vita molto dura ai soldati americani in Iraq e quindi prima di autorizzare l’escalation meglio pensarci due volte. A guidare la schiera degli scettici che avevano calmato la situazione c’era Mattis.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)