Orbán punta sulla “caccia alle streghe” da parte dell’Ue, un po’ di Ppe ci casca

Paola Peduzzi

Milano. Avete già deciso tutto, ha detto ieri il premier ungherese Viktor Orbán rivolto ai parlamentari europei a Strasburgo, “vi siete già fatti un’idea” sulla relazione che vuole condannare l’Ungheria e il suo illiberalismo, “e quel che dirò qui non cambierà la vostra opinione”. Ma sono venuto lo stesso, ha sottolineato Orbán, anche se gli “ordini da Berlino” sono chiari e contrari all’Ungheria: difendo il mio paese, che è “da mille anni membro della famiglia europea”, e non cedo a “minacce e ricatti”: “Difenderemo le nostre frontiere, fermeremo l’immigrazione clandestina anche contro di voi, se necessario”. Non diventeremo patria di immigrazione, ha detto il premier ungherese, ponendo lo scontro in atto nei termini che lui e i suoi alleati prediligono, che non hanno a che fare con la deriva autoritaria in atto in Ungheria, ma solo e soltanto sull’immigrazione. Ed è su questa linea rossa dell’invasione dei migranti che non c’è che Orbán vuole che si schierino tutti. Per il Ppe, partito dei conservatori europei, la scelta è decisiva, perché Orbán e il suo partito Fidesz fanno parte del Ppe: ne va della compattezza del gruppo, della strategia e della visione da presentare in vista delle europee del maggio del prossimo anno. Il “test Orbán” è una partita in cui non ci si può non schierare, l’indecisione sull’immigrazione, ha detto il premier ungherese, fa bene soltanto a chi ci vuole indebolire il Ppe, cioè il francese Emmanuel Macron. La sfida è tutta qui, ed è chiarissima, Parigi “usa la nostra debolezza per dividerci”, ha detto successivamente Orbán.

 

Per l’Italia il tifo è al momento così schierato (la votazione inizia oggi alle 13): Lega e Forza Italia sono con Orbán (con cui ha solidarizzato ieri Silvio Berlusconi al telefono), il M5s e il Pd sono contro. Per Matteo Salvini, vicepremier del governo di coalizione con i 5s, i Parlamenti non possono “processare” i popoli, ma la decisione dei partner non rappresenta un problema. Per i 5s, che sottolineano che questa questione non è nel contratto di governo, la posizione è così spiegata: Orbán, Merkel,  Macron, Juncker sono tutti espressione della stessa Europa “ipocrita”. 

 

Secondo i 5s l’Europa non aiuta l’Italia nei ricollocamenti, “siamo qui per difendere l’interesse degli italiani!”, dicono.

 

La relazione di cui si è discusso ieri al Parlamento europeo e che sarà votata oggi è stata scritta dall’europarlamentare olandese dei Verdi Judith Sargentini. “C’è il rischio di una violazione seria e sistematica dei valori europei che tutti condividiamo”, dice la Sargentini. I punti rilevanti sono sette, l’immigrazione è soltanto uno di questi: l’abuso di migranti e di richiedenti asilo da parte della polizia di frontiera ungherese e una restrizione eccessiva delle procedure di accesso e di richiesta d’asilo nel paese; deterioramento della libertà di stampa; corruzione e conflitto di interessi; violazione della privacy e della protezione dei dati personali; l’assenza di consultazioni istituzionali e di coinvolgimento della società civile; preoccupazioni sul sistema elettorale e sullo svolgimento delle elezioni. Il portavoce di Orbán, Zoltán Kovács, ha definito la relazione “una caccia alle streghe” e “un tentativo disperato da parte dei politici di sinistra che stanno cercando di fare un processo” all’Ungheria. Kovács ha pubblicato un “foglio informativo” di poco più di cento pagine in cui fornisce la versione di Budapest: dopo aver spiegato come funziona il sistema costituzionale ungherese, il report difende l’indipendenza dei poteri, ribatte alle accuse di corruzione, spiega come funzionano le intercettazioni ed elenca tutti gli organi preposti alla difesa della libertà d’espressione, di religione, di associazione e delle minoranze. Comunque vada il voto, dice il governo ungherese, Fidesz non uscirà dal Ppe, ci ha fatti entrare Kohl e non ce ne andremo, anzi “il nostro contributo, la nostra visione aiuteranno il Ppe a rimanere il partito politicamente più forte del Parlamento europeo”.

 

Il Ppe intanto si interroga, e si divide. Il capogruppo dei popolari Manfred Weber, che ha ambizioni più grandi per il futuro (la guida della Commissione europea), ha finora sposato la linea della grande famiglia: insieme si è più forti. Ha chiesto nei giorni scorsi a Orbán un dialogo conciliante con l’Ue in modo da poter sventare la minaccia dell’articolo 7 – lo status quo è, come si sa, il principale obiettivo del mondo brussellese – ma dopo i toni decisi di ieri del premier ungherese, Weber ha detto in Aula: “Abbiamo inventato i diritti umani e non i diritti cristiani, in questo continente”, lasciando intendere una maggiore riluttanza nei confronti dell’abbraccio del Ppe a qualsiasi condizione. Finora l’Ungheria ci è venuta incontro, ha detto Weber, ma ora sta a lei risolvere i problemi, “ci potrebbe volere l’avvio di un dialogo sulla base dell’articolo 7”, ha aggiunto prima di riunire il Ppe per una decisione finale di oggi in cui ha lasciato libertà di voto. Durante il dibattito parlamentare, il presidente del Ppe, Joseph Daul, ha twittato in favore della difesa dei “valori inviolabili” dell’Ue, senza cedere ala retorica sull’immigrazione imposta da Orbán, “il Ppe non farà compromessi a prescindere dall’affiliazione politica”.

 

Lunedì sera era stato Sebastian Kurz, premier austriaco e paladino di una rivoluzione interna del mondo conservatore europeo in chiave più identitaria e di chiusura, a rompere le presunte alleanze: l’Ungheria si è messa su una strada illiberale, è bene interrompere questo slittamento, ha detto in un’intervista Kurz, che ha anche la presidenza di turno dell’Ue. Oggi si andrà alla conta: servono 500 voti su 751, gli astenuti (che paiono molti) abbassano il quorum.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.