Farage is back e pensa a un nuovo referendum sulla Brexit

Gregorio Sorgi

Roma. Il padre della Brexit ed ex leader dell’Ukip, Nigel Farage, torna in politica per combattere contro l’accordo con l’Unione europea voluto dal premier Theresa May. La notizia non stupisce più di tanto: alcuni osservatori hanno fatto notare che non se n’era mai andato del tutto. Anche dopo avere lasciato la presidenza dell’Ukip – una settimana dopo la vittoria del leave nel 2016 – Farage era rimasto una presenza ingombrante, con una grande visibilità. Aveva una trasmissione quotidiana sulla radio Lbc, il Nigel Farage Show, scriveva ogni settimana sul Daily Telegraph e aveva mantenuto il suo seggio al Parlamento europeo. Pur non avendo più un ruolo istituzionale, continuava a essere un punto di riferimento per chi credeva in un addio rapido e senza compromessi da Bruxelles.

 

Tuttavia, la tempistica con cui Farage ha annunciato il suo ritorno e la retorica battagliera con cui ha lanciato la sfida ai “traditori della Brexit” rendono bene il clima da campagna elettorale. Nel suo ultimo editoriale sul Daily Telegraph, Farage ha menzionato la parola “campagna” ben sette volte. Ha promesso di volere girare la Gran Bretagna a bordo di un battlebus, di fare volantinaggio e di convincere i suoi elettori che “il sogno della Brexit è ancora possibile”. Una gita on the road assieme ai compagni di viaggio Richard Tice e John Longworth, i due capi dell’organizzazione filo Brexit Leave means Leave.

 

La scelta di Farage di tornare in prima linea era attesa, ma non in tempi così brevi. Lo scorso febbraio, in una convention dei conservatori negli Stati Uniti, aveva detto che sarebbe sceso di nuovo in campo in caso di un secondo referendum. Mesi dopo, in un articolo sul Daily Telegraph del 9 luglio, Farage aveva scritto che si sarebbe potuto ricandidare come capo dell’Ukip nel marzo 2019, data in cui scade il mandato dell’attuale leader Gerard Batten. Perché, nel giro di un mese, ha deciso di accorciare i tempi?

 

In molti vedono il ritorno di Farage come l’ennesimo tassello di un puzzle che porta verso il secondo referendum sulla Brexit, il cosiddetto People’s Vote. Le parole usate da Farage in diretta su Sky News – “dobbiamo ricominciare la campagna”, “dobbiamo ricollegarci ai nostri elettori” – danno l’idea di un risultato provvisorio e ancora in discussione, secondo l’editorialista del Guardian, Matthew d’Ancona. L’ex ministro laburista anti Brexit, Lord Adonis, ha detto che “il ritorno di Farage è importante perché si sta preparando in vista di una seconda consultazione sulla Brexit”. Farage nega questa tesi e spiega che “un referendum c’è già stato nel 2016” e “bisogna rispettare la volontà degli elettori”. Curiosamente, usa gli stessi argomenti dei suoi avversari che vogliono restituire la parola al popolo per rimettere in discussione la Brexit. Era stato lui stesso ad avallare un secondo referendum negli studi di Bloomberg lo scorso 11 gennaio. Aveva detto “che una nuova consultazione sistemerebbe la questione dei rapporti con l’Ue per una generazione e la percentuale a favore del Leave sarebbe molto più grande rispetto all’ultima volta”.

 

Nel frattempo, la battaglia per il secondo referendum è stata monopolizzata dai remainers, un fronte trasversale a cui hanno aderito esponenti laburisti, liberal democratici e anche conservatori. Tuttavia, questa strada non è sgradita a chi ha votato per il leave. Una nuova scelta tra la permanenza nell’Ue e un addio definitivo a Bruxelles sarebbe il modo più lineare per acquisire la piena autonomia a cui aspira lo zoccolo duro della Brexit. L’alternativa più plausibile, cioè l’accordo proposto da Theresa May, è stata denunciata più volte come una “truffa”. Il fronte europeista è entrato già da tempo in campagna elettorale: attraverso raccolte firme, manifestazioni e donazioni eccellenti, come quella da un milione di sterline dell’imprenditore Julian Dunkerton. Lo schieramento opposto, adesso, ha cominciato a mobilitarsi attraverso il suo leader più carismatico.

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