Ricordate la “difesa degli interessi europei” in Iran? È già fallita

Mauro Zanon

Parigi. Le sanzioni economiche dell’Amministrazione Trump contro l’Iran sono una pessima notizia per tutti i paesi dell’Unione europea, ma la Francia rischia di essere la principale vittima dell’“America First”. Dopo l’addio di Total, il gigante petrolifero francese che in Iran si era impegnato in un faraonico progetto da 4,8 miliardi di dollari per lo sviluppo del giacimento di gas South Pars, è arrivata giovedì sera la conferma che anche Air France, la compagnia aerea transalpina, lascerà Teheran: dal prossimo 18 settembre, la sua controllata low-cost Joon non atterrerà più nella capitale iraniana. Air France “è passata da tre voli settimanali a uno dopo il 4 agosto e metterà termine ai collegamenti con Teheran a causa della scarsa redditività commerciale” della tratta, ha fatto sapere attraverso un comunicato la compagnia francese.

  

La linea Parigi-Teheran era stata riaperta nell’aprile del 2016, dopo essere stata sospesa nel 2008 in ragione delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Ma a soltanto due anni dalla ripresa dei voli, ripresa che era stata celebrata in pompa magna e che faceva ben sperare, in termini economico-industriali, sul futuro delle relazioni franco-iraniane, è già tutto finito. Sono lontani i tempi in cui Laurent Fabius, ex ministro degli Esteri, andava a Teheran per preparare il terreno alla conquista bleu-blanc-rouge del mercato iraniano. Era il luglio del 2015 e soltanto due mesi dopo il Medef, la Confindustria francese, accompagnava la più corposa delegazione di manager e imprenditori d’Europa, centotrenta, con la benedizione politica del ministro dell’Agricoltura di allora, Stéphane Le Foll, e il segretario di stato al Commercio estero, Matthias Fekl. La punta di diamante di quella folta rappresentanza francese erano i vertici di Total, che già pregustavano la firma, arrivata nel 2017, del contratto di sviluppo e sfruttamento del più grande bacino di gas naturale del mondo, South Pars, nel Golfo persico.

 

Si trattava dell’unico maxi contratto siglato da un’impresa europea nel settore energetico: i lavori sarebbero stati realizzati da un consorzio di cui il colosso transalpino deteneva il 50,1 per cento, la cinese Cnpc il 30, e l’iraniana Petropars il 19,9. “Total ha lasciato ufficialmente l’accordo per lo sviluppo della fase 11 di South Pars”, ha confermato lunedì il ministro del Petrolio di Teheran, Bijan Namdar Zanganeh. Il gruppo francese aveva provato a essere esentato dalle sanzioni statunitensi ai danni dell’Iran. Ma nonostante i volumi dell’affare – South Pars rappresenta 14.000 m³ di gas, pari all’8 per cento delle riserve dell’intero pianeta – il timore di rappresaglie economiche da parte di Washington ha prevalso (Total ha dieci miliardi di dollari di asset negli Stati Uniti e le banche statunitensi sono controparti del colosso petrolifero francese in più del 90 per cento delle operazioni). “C’est la Bérezina”, dicono a Parigi, è una disfatta per la compagnia francese. Total, che punta quantomeno a recuperare i 50 milioni di dollari già investiti nel progetto, come spiega il Wall Street Journal, è ancora in fase di negoziazione con la Cnpc per la cessione della sua quota. Secondo alcuni, la titubanza di Pechino sarebbe legata alla scarsa esperienza nelle estrazioni offshore, secondo altri, invece, la compagnia cinese esiterebbe a rilevare la quota francese per non inasprire le tensioni con gli Stati Uniti.

Dopo che Trump ha minacciato ritorsioni e sanzioni contro i paesi che avrebbero continuato a commerciare con l’Iran, l’Europa promise che non avrebbe ceduto. Oggi le aziende se ne vanno da Teheran cercando di rattoppare le perdite. A partire da quelle della Francia, il paese che più aveva aperto agli ayatollah

 

La lista degli addii tricolore da Teheran è molto lunga e riguarda vari settori. Air Liquide, leader mondiale nella produzione di gas utilizzati negli impianti industriali e nei laboratori chimici, ha annunciato la cessazione di ogni attività commerciale in Iran, sottolineando, tuttavia, di non aver effettuato “alcun investimento” nel paese. Il settore automobilistico è l’altro grande sconfitto delle sanzioni americane, con Psa e Renault che hanno entrambe rivisto al ribasso le loro ambizioni. Lo scorso anno il gruppo francese che detiene i marchi Peugeot, Citroën e DS, aveva venduto 450mila vetture, numeri che avevano trasformato l’Iran nel suo primo mercato, davanti alla Cina, al Regno Unito e all’Italia. Ma lo scorso giugno, Psa ha annunciato che bloccherà definitivamente i suoi investimenti a Teheran, che prevedevano, in seguito agli accordi con le iraniane Khodro e Saipa, la commercializzazione dei modelli Peugeot 208, 2008 e 301.

 

Renault, dal canto suo, non lascerà l’Iran per il momento, ma ridurrà drasticamente il suo peso per non mettere a repentaglio i suoi interessi. Airbus, che aveva firmato con Iran Air un contratto del valore di 19 miliardi per la fornitura di cento aerei, ne ha consegnati soltanto tre. E con le sanzioni non ne arriverà nessun altro a Teheran. Atr, produttore di aeromobili con sede a Tolosa, è riuscito a fornire soltanto tredici dei venti apparecchi richiesti dalla compagnia di bandiera iraniana. Infine, anche il settore alberghiero potrebbe pagare le conseguenze della decisione dell’Amministrazione Trump. Nel settembre del 2015, il gruppo transalpino AccorHotels era stato il primo a lanciarsi nel mercato iraniano, aprendo un Ibis e un Novotel vicino all’aeroporto di Teheran, per un totale di 492 camere. Ma l’attività della catena francese rischia di essere penalizzata.

 

Lo scorso maggio, il ministro dell’Economia di Parigi, Bruno Le Maire, ha dichiarato a Paris Match che la posizione degli Stati Uniti sull’Iran doveva “risvegliare l’Europa”. “Dobbiamo dotarci degli strumenti necessari per preservare la nostra sovranità economica. La debolezza non paga. Dobbiamo essere fermi e uniti. Altrimenti, saremo spazzati via”, aveva spiegato Le Maire. Ma nonostante le rassicurazioni sulla “protezione degli interessi europei” dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, per ora, non c’è nessun contrattacco da parte dei paesi europei. Trump, in poche settimane, è riuscito a cacciare dall’Iran imprese europee che operavano nel paese da anni e con il quale c’erano rapporti solidi. Cina e India esultano, l’Europa, invece, appare in grande difficoltà.

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