Quanto è grande lo scandalo Cohen? Strategie per le midterm

Eugenio Cau

Roma. Dopo lo scoppio dello scandalo giudiziario in cui l’ex avvocato di Donald Trump, Michael Cohen, ha implicato il presidente in un reato penale commesso durante la campagna elettorale – e dopo la condanna contestuale dell’ex capo del comitato elettorale del presidente, Paul Manafort, per molteplici capi d’accusa di evasione fiscale e truffa – nella politica americana si combattono due battaglie parallele. La prima è quella di Trump stesso, che per la prima volta nella sua presidenza comincia a temere che le inchieste del procuratore speciale Mueller possano infine arrivare a lui; la seconda è quella delle elezioni di medio termine di novembre, per il rinnovo del Congresso e del Senato americani.

 

In questo momento, i protagonisti di entrambe le partite si fanno una domanda a cui è difficile rispondere: lo scandalo Cohen è un nuovo caso Omarosa – dunque uno scandalo che dura appena il tempo di qualche ciclo di news e poi evapora via, rafforzando le convinzioni su linee partitiche: i sostenitori del presidente sempre più convinti che lui sia vittima di una “witch hunt” e di accanimento da parte dei media “fake news” e i suoi avversari sempre più sicuri della sua inadeguatezza – oppure è qualcosa di più complesso e ramificato, capace di fare davvero male al presidente e ai suoi alleati?

 

Nell’attesa di scoprire qual è la vera portata dello scandalo, i repubblicani al Congresso hanno usato la tecnica di tutte le volte che Trump rompe gli schemi: scrollare le spalle e prendere tempo. Lo speaker repubblicano della Camera, Paul Ryan, ha detto ai giornalisti che servono “più informazioni” prima di formarsi un giudizio; John Cornyn, numero due del Gop al Senato, ha detto di “non avere idea di quali siano i fatti”, “a parte che la questione non ha niente a che vedere con l’indagine sulla Russia”. Una scrollata di spalle funziona in tutte le circostanze: quando Trump mostra sudditanza psicologica nei confronti di Vladimir Putin a Helsinki o quando la sua Amministrazione separa i bambini immigrati dai loro genitori. Gli elettori repubblicani amano Trump, e i fatti hanno dimostrato che mettersi contro il presidente e poi essere abbattuti da una raffica di tweet rabbiosi non conviene.

 

Con le elezioni di midterm di mezzo, tuttavia, le cose potrebbero cambiare. Lo scandalo Cohen “non aiuta i repubblicani” in corsa, ha detto al Wall Street Journal il senatore repubblicano Lindsey Graham. “E’ un argomento in più per chi dice che le persone attorno al presidente fanno cose cattive”. Gli strateghi repubblicani sono preoccupati che gli scandali possano allontanare gli elettori indipendenti, che se a inizio anno preferivano i democratici di soli 8 punti adesso vogliono che il Congresso passi di mano con una maggioranza del 22 per cento (dati Wsj). Tra gli indipendenti, gli elettori di alcuni distretti elettorali collocati nei sobborghi sono particolarmente a rischio: “I pagamenti e le pornostar e le relazioni extraconiugali e le incriminazioni e tutto il resto non rendono l’America Great Again nei sobborghi”, dice un analista a Politico.

 

Anche i democratici, tuttavia, sono circospetti. I capi delle campagne elettorali dei dem dicono ai loro candidati di concentrarsi sui temi locali e di non parlare troppo di Trump, mentre a livello nazionale tutti si ricordano cosa successe l’ultima volta che si parlò di mettere sotto impeachment un presidente in periodo di elezioni di metà mandato. Era il 1998 e i repubblicani avevano trascorso tutto l’anno precedente a fare campagna dura per l’impeachment di Bill Clinton. Alle midterm tutti si aspettavano una decisa vittoria dei repubblicani, ma i democratici conquistarono cinque seggi in più. Era la prima volta dal 1934 che il partito del presidente migliorava il proprio risultato in un’elezione di medio termine. Trump sa che ha questa carta da giocare, e ieri ha già detto che, in caso di impeachment, la Borsa americana crollerebbe per l’instabilità politica.

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