In America latina l'ondata di sinistra è finita nei tribunali

Maurizio Stefanini

“Sei un braccio di persecuzione politica in una nuova strategia regionale per proscrivere dirigenti che hanno permesso di uscire dalla povertà a milioni di persone”, ha scritto Cristina Kirchner nel documento consegnato al giudice Claudio Bonadio, quando alle 10 locali di lunedì 13 agosto 2018 si è presentata in tribunale per deporre su quella che in italiano poteremmo definire “quadernopoli”. “La giustizia non fa altra cosa se non perseguirlo, tentare di inabilitarlo, appartarlo dalla discussione politica, però non c’è politica in Brasile senza parlare di Lula”, ha detto il 15 agosto la presidente del Pt Gleisi Hoffman nell’annunciare la presentazione ufficiale della candidatura dell’ex-presidente – in carcere per una condanna a 12 anni.

  

In compenso, il 14 agosto Evo Morales ha festeggiato il record del presidente più a lungo in carica nella storia della Bolivia: 12 anni, sei mesi e 23 giorni. Morales vuole prolungare la durata della sua carica con una quarta candidatura: un referendum ha detto di no alla riforma costituzionale che glielo vieterebbe, ma lui l’ha fatto bypassare dal Tribunale Costituzionale con una sentenza in base alla quale il divieto di ricandidarsi sarebbe in contrasto con il diritto all'elettorato passivo garantito dalla Convenzione Americana sui Diritti Umani.

  

I tre – Kirchner, Lula, Morales – furono i grandi protagonisti di quella che fu definita “l’ondata a sinistra” latinoamericana della prima decade del millennio. Cristina è nei guai per otto quaderni in cui un autista di nome Oscar Centeno aveva dettagliato i viaggi fatti nel corso di 10 anni con borse cariche di dollari frutto di tangenti, e che stanno mandando in galera un bel po’ di nomi eccellenti. Ma già il 7 agosto l’ex-vicepresidente di Cristina Amado Boudou è stato condannato a 5 anni e 10 mesi per un’ulteriore accusa di corruzione. Proprio per blindarsi con l’immunità parlamentare Cristina si è fatta eleggere senatrice.

  

Non essendo protetto da alcuna immunità Lula è invece finito in carcere, dopo che la sua “delfina” Dilma Rousseff era stata destituita con un impeachment. Il Pt lo ha candidato lo stesso alla presidenza, anche perché stando ai sondaggi sarebbe ancora il più votato. Ma appena qualche ora dopo l’iscrizione formale la procuratrice generale Raquel Dodge ha presentato una richiesta di impugnazione, in base a una “legge della scheda pulita” che vieta le candidature ai condannati in seconda istanza. Sembra dunque scontato che a correre sarà l’ex-sindaco di San Paolo Fernando Haddad, per ora candidato alla vicepresidenza.

  

Ma anche l’ecuadoriano Rafael Correa è un leader del cosiddetto socialismo del XXI secolo per cui è stata fatta richiesta di carcerazione preventiva, con l’accusa di aver ordinato il sequestro di un oppositore esule in Colombia. Lui è a piede libero, perché si trova in Belgio, paese di sua moglie. Ma c’è una richiesta di estradizione in corso, ed è finito dentro lo scandalo Odebrecht il suo vice Jorge Glas. Che era stato poi rieletto con il suo successore Lenín Moreno, a sua volta vice di Correa durante il suo primo mandato, ma con cui ha poi rotto nel modo più radicale.

  

Anche Morales se perde il potere rischia: se non altro per il palazzo presidenziale appena inaugurato al prezzo di 30 milioni di euro. Un grattacielo in vetro da 29 piani e 120 metri: per gli oppositori un’offesa sia all’estetica del centro di La Paz sia alle finanze pubbliche. Per questo si blinda in chiave sempre più autoritaria: come il venezuelano Nicolás Maduro e il nicaraguense Daniel Ortega.

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