Aggirare Trump

Mattia Ferraresi

Cambridge, Massachusetts. Al summit della Nato a luglio Donald Trump aveva convocato riunioni d’emergenza, scagliato tweet minacciosi contro i membri scrocconi che non pagano abbastanza, evocato un esorbitante raddoppio delle percentuali di spesa militare richieste, messo velatamente in discussione l’articolo 5, cardine della difesa comune del patto, e poi inopinatamente proclamato che l’alleanza “non è mai stata così forte”, e ciò per merito esclusivo della sua risolutezza. Mentre gettava scompiglio fra gli alleati, però, Trump ha firmato senza battere ciglio il comunicato ufficiale del summit, nel quale non solo non appare nessuno dei nodi polemici emersi nei commenti, ma si conferma tutto ciò che la Nato aveva già stabilito in quanto a contributi economici e scopi fondamentali dell’alleanza, aggiungendo una serie di paragrafi durissimi contro la Russia, la potenza che Trump si era precedentemente augurato fosse reintegrata nel G8 e che a quel punto si apprestava a incontrare nel famoso faccia a faccia di Helsinki.

 

Il testo prevede anche un rinnovato impegno militare sul confine orientale, apre all’ingresso della Macedonia e rafforza le responsabilità militari americane in caso di attacco a uno stato membro. Perché il presidente agitava divisioni a parole e allo stesso tempo aderiva allo status quo firmando l’unico documento vincolante del summit? La storia di questa contraddizione offre l’immagine di un’Amministrazione dove il presidente è aggirato e circuito da ogni parte. Un’inchiesta del New York Times racconta che i funzionari della Casa Bianca si sono mossi con mesi d’anticipo per studiare con le controparti un documento condiviso che il presidente, fra un tweet ruggente e l’altro, avrebbe soltanto dovuto firmare. 

 

Così la Casa Bianca ha saltato la parte dei negoziati dell’ultima ora che di solito complicano questi meeting. Il brusco rifiuto di Trump di firmare il comunicato finale dopo il tesissimo summit del G7 in Canada ha indotto nei suoi consiglieri, quelli impegnati nell’estenuante lavoro di indirizzare e contenere, l’urgenza di negoziare un accordo preventivo con diplomatici e consiglieri politici degli altri membri, in modo da ridurre al minimo le sorprese. Questo gioco d’anticipo, all’insaputa del presidente, spiega anche l’atteggiamento degli altri leader a Bruxelles, seccati soltanto superficialmente dalle uscite pirotecniche del presidente americano. Alla conferenza stampa finale il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, è riuscito perfino a elogiare la fraterna franchezza di Trump, qualità che ha reso “la Nato più forte”, trasmettendo “un nuovo senso di urgenza ai suoi membri”.

 

Il coordinatore dell’operazione è stato John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale, un fervente sostenitore dell’Alleanza atlantica e notoriamente falco antirusso. A giugno Bolton ha fatto pervenire a Bruxelles le condizioni che la Casa Bianca voleva inserire nel comunicato, per tramite di Kay Bailey Hutchison, ambasciatore americano presso la Nato.

L’indicazione era che il documento fosse completato prima della partenza di Trump e della delegazione da Washington. Capendo l’opportunità dell’iniziativa, Stoltenberg ha coordinato celermente i lavori e nell’incontro con gli ambasciatori della Nato, qualche giorno prima del summit, ha insistito sull’importanza di chiudere gli accordi al più presto. Intanto, il segretario di stato, Mike Pompeo, e quello della Difesa, Jim Mattis, lavoravano perché il meccanismo funzionasse a dovere, declassando così il summit stesso da incontro di sostanza politica a teatrino per le boutade di Trump.

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