Editoriale

La strategia della sanzione

Redazione

Fino allo scorso anno, quando il deal sul nucleare iraniano era ancora in vigore, per l’America la strategia di “massima pressione” era riservata soltanto a un paese: la Corea del nord. Ora l’Amministrazione di Donald Trump ha reintrodotto circa la metà delle sanzioni economiche contro l’Iran promesse dal presidente americano dopo l’uscita dall’accordo con Teheran, “il peggiore mai negoziato”. E’ una prima mossa concreta che si perfezionerà poi a novembre, con sanzioni ancora più dure come quelle sul petrolio. Trump è convinto che la strategia usata con la Corea del nord abbia pagato: le sanzioni e l’isolamento economico – secondo la narrazione della Casa Bianca – avrebbero spinto il leader Kim Jong-un a sedere al tavolo delle trattative. In realtà, sappiamo che la stretta di mano a Singapore non ha portato a grandi stravolgimenti, anzi. Pyongyang ha avuto legittimità internazionale da quell’incontro, ha fatto qualche concessione all’America, e ora ha iniziato a fare pressioni affinché Washington conceda qualcosa – il ministro degli Esteri nordcoreano, Ri Yong-Ho, ha detto l’altro ieri a Singapore che la Corea del nord è un po’ stanca di aspettare l’allentamento delle sanzioni economiche. Una strategia molto simile è quella che l’America di Trump sta usando con la seconda potenza globale, la Cina. Domenica scorsa, su Twitter, il presidente americano ha scritto che i dazi stanno funzionando alla grande, e che Pechino “adesso ci parla”, cioè sarebbe stata costretta a scendere a patti. La risposta dei media cinesi, però, non è stata per nulla conciliatoria: “La Cina non si arrende alla strategia delle minacce americana”, ha scritto ieri in un editoriale insolitamente aggressivo il Quotidiano del popolo. La Cina ha un ruolo cruciale sia in Corea del nord sia in Iran. Trump dovrebbe iniziare a scegliere meglio i suoi nemici.

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