A cosa deve badare l’Italia dopo il positivo incontro Trump-Conte

Gianni Castellaneta

Il vertice bilaterale che si è tenuto lunedì alla Casa Bianca ha avuto come era facilmente prevedibile un esito positivo. Un successo basato sui tradizionali legami storici e culturali tra i due paesi e sulla volontà di entrambi i governi di sottolineare una forte discontinuità con i predecessori. Trump abbandonando il consueto appoggio all’asse franco-tedesco e favorendo una frantumazione della coesione europea. Il governo M5s e Lega alla ricerca di una legittimazione nell’Unione europea e di una leadership del fronte populista-sovranista. Dentro la cornice della forte e indissolubile amicizia italo-americana rimangono tuttavia i problemi della quotidiana convivenza tra alleati, dall’ancora “insufficiente” contributo alla Nato (al di sotto del 2 per cento previsto), al desiderio italiano di procedere con il progressivo ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan, ai rapporti commerciali, ai rapporti industriali, ai programmi per la difesa.

 

Certo, il fruttuoso colloquio tra il nostro primo ministro e il presidente statunitense è anche frutto di una chimica che sembra essere scattata al loro primo incontro, avvenuto ai primi di giugno al G7 in Canada. E’ chiaro anche che Trump ha trovato di fronte a sé una controparte che è espressione di un programma di governo più compatibile con i valori del suo “America First” rispetto all’europeismo convinto di Macron e della Merkel, ma anche dell’approccio liberale e aperto agli scambi internazionali – malgrado la Brexit – di Theresa May. E all’avvocato Conte va riconosciuto il merito di aver saputo sfruttare questi elementi di contiguità tra l’approccio italiano e quello americano utilizzando al massimo il suo ruolo di portavoce della alleanza politica della quale è frutto in un settore nel quale i punti di frizione tra i due partiti sono minori.

 

Il riconoscimento degli Stati Uniti alla linea più decisa dell’Italia sul tema delle migrazioni è un importante risultato che potrebbe servirci da utile “sponda” in chiave di negoziato europeo. La decisione di varare una “cabina di regia” congiunta sul Mediterraneo allargato potrebbe consentire al nostro paese di giocare un ruolo più pesante nella regione grazie a un rinnovato impegno e supporto da parte dell’America. Allo stesso tempo, un maggiore interesse degli Stati Uniti per quanto accade nel bacino del Mediterraneo potrebbe stimolare l’Ue ad adottare una posizione organica e coerente per individuare una risposta congiunta alla sfida della gestione dei flussi migratori.

 

Il canale preferenziale che Conte sembra avere aperto con gli Stati Uniti potrebbe esserci estremamente utile anche per la difesa dei nostri interessi economici: il settore esterno ha trainato negli ultimi anni la ripresa in Italia attraverso un continuo aumento di esportazioni e investimenti. Da un lato, il nostro presidente del Consiglio sembra avere ottenuto rassicurazioni da Trump sull’esenzione di ulteriori dazi nei confronti del nostro settore agroalimentare, simbolo principale del “made in Italy”. Dall’altro, i buoni rapporti con Washington potrebbero consentire ai nostri gruppi internazionali, soprattutto nell’ambito delle infrastrutture, di sfruttare le opportunità che si apriranno grazie all’attenzione che l’Amministrazione americana vuole dare a questo tipo di investimenti.

 

Il nostro premier dovrà ora fare attenzione a muoversi su questa linea di sottile equilibrio e a evitare di essere utilizzato da Trump come uno strumento per mettere in pratica i suoi obiettivi alquanto contraddittori in politica estera. Per esempio, durante il colloquio alla Casa Bianca, Conte ha confermato al suo omologo l’approccio comprensivo e dialogante ma nel solco della politica europea nei confronti della Russia e che il gasdotto Tap verrà realizzato senza passi indietro da parte dell’Italia. Si tratta di posizioni di buon senso – e che sono viste con favore dagli Stati Uniti – ma che rischiano di provocare un cortocircuito a livello interno per la volontà di Lega e M5S di riavvicinarsi con più determinazione e indipendenza alla Russia ma anche di mettere in discussioni grande opere infrastrutturali ed energetiche come appunto quella della pipeline che dovrebbe sbarcare in Puglia. Insomma, per il momento l’Italia si sta muovendo bene nella gestione di un rapporto con gli Stati Uniti che non è mai stata così complessa a causa dell’imprevedibilità dell’inquilino della Casa Bianca. E’ ancora presto però per pensare di avere già dato inizio a una sorta di “special relationship” con Washington: il nostro peso specifico è decisamente più basso e senza un’azione condivisa con gli altri partner europei e una continuità quasi quotidiana dei nostri rapporti con l’Amministrazione americana, sarà molto difficile andare lontano.

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