I compagni contro il neoliberismo si battono per la leadership del Partito democratico

Mattia Ferraresi

New York. Padre e figlia del movimento per spostare verso lidi socialisti l’agenda del Partito democratico americano si sono trovati su un palco nelle praterie conservatrici del Kansas, accolti come rockstar. Bernie Sanders, il canuto senatore che ha infiammato la sinistra antiestablishment, e Alexandria Ocasio-Cortez, la millennial del Bronx che ha imparato meglio di tutti la sua lezione, erano ospiti la settimana scorsa di James Thompson, un avvocato per i diritti civili con un passato nel Partito repubblicano che ora corre nelle file democratiche con una piattaforma di ultrasinistra. Thompson ha vinto le primarie nel quarto distretto e ora sta cercando di mobilitare l’elettorato evocando la “rivoluzione politica” che due anni fa ha portato Bernie non troppo lontano da un rovesciamento del paradigma del partito, incarnato da Hillary Clinton. Parla di sistema sanitario pubblico, di università gratuita, si scaglia contro i soldi delle grandi corporation che inquinano la politica, critica gli effetti nefasti della globalizzazione sui lavoratori, ragiona sul salario minimo e l’universal basic income, è attentissimo ai diritti delle donne, delle minoranze, castiga il patriarcato come sovrastruttura innestata sul clima di oppressione economica.

 

Per innalzare il suo profilo pubblico ha invitato Sanders e Ocasio-Cortez, volto nuovo della sinistra antisistema su cui si fanno speculazioni circa il suo futuro politico dopo la clamorosa vittoria a New York contro un deputato democratico perfettamente integrato nella macchina del partito. Avevano prenotato l’Orpheum Theater di Wichita, che ha 1.500 posti a sedere, ma quando hanno ricevuto più del doppio delle prenotazioni hanno spostato l’evento al Century II Convention Center, che di posti ne ha più del triplo. Alla fine si sono presentate tremila persone, in un venerdì all’una nella città dei fratelli Koch e feudo politico di Mike Pompeo, nello stato che sotto la guida di Sam Brownback – scelto da Trump come ambasciatore per la libertà religiosa – si è trasformato in un laboratorio liberista con il virtuale azzeramento delle tasse statali e incentivi di ogni tipo per le imprese nascenti. “Mi sembra che il midwest sia in grande forma!”, ha twittato Ocasio-Cortez prima di procedere nella tappa successiva del suo tour dell’America profonda, quell’eterogeneo regno del trumpismo dove anche il messaggio della sinistra socialista o socialdemocratica fa presa.

    

Ocasio-Cortez è il volto dello scontro identitario che si sta consumando nel Partito democratico, un dilemma filosofico che ha implicazioni elettorali molto pratiche: per vincere, il partito si deve spostare a sinistra o deve invece fuggire la tentazione dell’estremismo? Qualche giorno fa l’ex direttore dell’Fbi e arcinemico di Trump, James Comey, ha implorato la sinistra di non cedere al verbo socialista se vuole davvero contrastare Trump al midterm di novembre e poi nel 2020: “Democratici per favore, per favore, non andate fuori di testa e non buttatevi sulla sinistra socialista. Il grande centro dell’America vuole una leadership equilibrata, sensibile, etica”. Gruppi come Third Way e l’Ethics and Public Policy Center dicono che abbracciare il verbo della sinistra più estrema significa perdere l’anima e anche le elezioni, valutazione condivisa anche da un Mike Bloomberg, incarnazione del centrismo tecnocratico che ha donato 80 milioni di dollari per sostenere i democratici al midterm. Mitch Landrieu, ex sindaco democratico di New Orleans che da tempo ragiona su una sua futura corsa presidenziale, dice che i “democratici, secondo me, commettono un grave errore se decidono di correre un’elezione sulla base e si limitano a dire ‘la mia base è più grande della tua’”.

   

Eppure la corsa del partito verso sinistra sembra accelerare, e la discesa di Ocasio-Cortez sulla politica nazionale ha contribuito allo spostamento. Sul New York Times la columnist Michelle Goldberg scrive che in questo clima di polarizzazione la via giusta è quella massimalista, e comunque le idee di cui parla la corrente antisistema “non sono fantasie assurde” e, anzi, proposte come l’assistenza sanitaria universale gratuita sono viste di buon occhio dal oltre il sessanta per cento degli americani. Le idee che soltanto due anni fa erano troppo estreme per un comizio di Sanders, oggi hanno diritto di cittadinanza nel dibattito democratico. Alle elezioni di novembre si presentano 42 candidati approvati da Democratic Socialists of America, l’associazione che fornisce il marchio di qualità socialista e che sostiene candidati che vogliono aumentare il salario minimo a 15 dollari l’ora, abolire l’Ice, l’autorità di frontiera, e dare battaglia su tutti i fronti al neoliberismo. L’associazione di riferimento per la corrente ultraprogressista del partito ha raggiunto di recente la quota di 45 mila iscritti e negli incontri interni i membri si chiamano fra loro compagni.

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