La Commissione europea dà due mesi a Orbán per cambiare linea sui migranti

Enrico Cicchetti

La Commissione europea ha deciso di intensificare la sua battaglia legale contro l'Ungheria per il rifiuto del paese di rispettare le norme sull'immigrazione dell'Unione europea. L'esecutivo europeo, come si legge in una dichiarazione, ha deferito lo stato guidato da Viktor Orbán alla corte di Giustizia europea perché le sue leggi su asilo e rimpatri dei migranti non rispettano le norme comunitarie. Inoltre, ha inviato un'ulteriore "lettera di messa in mora" – che è il primo passo per avviare una procedura d'infrazione – per la cosiddetta legge "Stop Soros", perché viola "le leggi Ue, la carta dei diritti fondamentali e i Trattati". In particolare è discriminatoria e limita in modo sproporzionato le donazioni dall'estero alle organizzazioni perché viola la legislazione europea sulla libera circolazione dei capitali. Inoltre, l’Ungheria ha violato il diritto alla libertà di associazione e alla protezione dei dati personali non modificando le disposizioni in conflitto con la legislazione comunitaria. Le autorità ungheresi hanno 2 mesi per rispondere alle preoccupazioni della Commissione.

    

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La Commissione ha avviato per la prima volta una procedura di infrazione contro l'Ungheria per le sue leggi sull'asilo nel dicembre 2015. A seguito di una serie di scambi a livello amministrativo e politico e di un'altra procedura d'infrazione, nel dicembre 2017 la Commissione ha inviato un parere motivato. "Dopo aver analizzato la risposta fornita dalle autorità ungheresi, la Commissione ritiene che la maggior parte delle preoccupazioni sollevate non siano ancora state affrontate e ha pertanto deciso di deferire l'Ungheria alla Corte di giustizia dell'Unione europea - l'ultima fase della procedura di infrazione", si legge nella nota diffusa oggi. La corte di Giustizia europea aveva già respinto il ricorso di Ungheria, Polonia e Slovacchia.

   
Cosa significa in pratica?

La Commissione può avviare una procedura d’infrazione contro uno stato membro che non attua il diritto comunitario. Se, nonostante la sentenza della Corte di giustizia europea, il paese continua a non rettificare la situazione, la Commissione può deferirlo dinanzi alla Corte di giustizia. Al secondo deferimento, la Commissione propone che la Corte imponga sanzioni pecuniarie, che possono consistere in una somma forfettaria o in pagamenti giornalieri o entrambi.

  

Le motivazioni della Commissione

In particolare, la Commissione ritiene che la legislazione ungherese sia incompatibile con il diritto europeo nei seguenti aspetti:

  • Procedure di asilo: mentre la legislazione dell'UE prevede la possibilità per gli stati membri di istituire zone di transito alle frontiere esterne, la legislazione ungherese non soddisfa i requisiti della direttiva sulle procedure di asilo in quanto consente solo di presentare domande di asilo all'interno di tali zone di transito in cui l'accesso è concesso solo a un numero limitato di persone e dopo periodi di attesa eccessivamente lunghi. La procedura di frontiera attuata dall'Ungheria non è conforme al diritto dell'Ue in quanto non rispetta la durata massima di 4 settimane in cui qualcuno può essere trattenuto in un centro di transito e non fornisce garanzie speciali per i richiedenti vulnerabili. Nel suo territorio, l'Ungheria non riesce a fornire un accesso effettivo alle procedure di asilo in quanto i migranti irregolari sono scortati oltre confine, anche se desiderano presentare domanda di asilo.
  • Condizioni di accoglienza: la Commissione ritiene che il trattenimento a tempo indeterminato dei richiedenti asilo nelle zone di transito senza rispettare le garanzie procedurali applicabili sia in violazione delle norme dell'Ue stabilite nella direttiva sulle condizioni di accoglienza.

  • Ritorno: la legge ungherese non è conforme alla direttiva sul rimpatrio dell'Ue in quanto non garantisce che le decisioni di rimpatrio siano emesse individualmente e includano informazioni su rimedi giuridici. Di conseguenza, i migranti rischiano di essere rimpatriati senza adeguate garanzie e in violazione del principio di non respingimento.
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