Israele e l’America incoraggiano le piazze che protestano in Iran

Daniele Raineri

Roma. Israele e gli Stati Uniti hanno formato qualche mese fa un gruppo di lavoro congiunto per incoraggiare le proteste in Iran “da dentro” e per fare pressione sul governo di Teheran, dice uno scoop del giornalista israeliano Barak Ravid. Non c’è notizia di misure concrete per ora, fatta eccezione per quattro video del primo ministro Benjamin Netnayahu tradotti in farsi. E’ uno scarto importante dalla politica dell’Amministrazione Obama, che si era sempre rifiutata di discutere con Israele un piano per facilitare disordini o incoraggiare le proteste dentro l’Iran per non turbare i negoziati sul nucleare. Con l’Amministrazione Trump le cose hanno cominciato ad andare in senso contrario: il deal atomico del 2015 è stato annullato di fatto, anche se ci sono ancora trattative in corso per salvare il salvabile, e ora c’è un gruppo di lavoro per incoraggiare le proteste (questa notizia offre al regime iraniano una chance molto facile di etichettare tutti i manifestanti come agenti provocatori al servizio dei nemici, come del resto faceva già).

  

Il gruppo di lavoro si è già incontrato molte volte in questi mesi e qualche settimana fa è stato fatto il punto della situazione con il consigliere per la Sicurezza nazionale americano, John Bolton, e la sua controparte israeliana Meir Ben-Shabbat. Entrambi pensano che far alzare la pressione interna contro il regime potrebbe avere un effetto positivo su come si comporta l’Iran nella regione. “Nessuno pensa seriamente a un regime change – dice un ufficiale israeliano a Ravid – ma questa squadra sta tentando di vedere se possiamo usare le debolezze interne del regime iraniano per creare più pressione che contribuirà a cambiare il comportamento dell’Iran”. Il governo americano e quello israeliano non commentano la notizia.

     

Dalla fine di dicembre l’Iran è entrato in una fase di agitazioni molto intense innescate dalle pessime condizioni dell’economia, che rendono molto difficile la vita degli iraniani di ceto medio-basso. L’inflazione accelera, certi beni molto comuni – per esempio le uova – scarseggiano e i benefici della fine delle sanzioni internazionali del 2015 non si sono visti perché il governo ha investito altrove i soldi recuperati. Per esempio, come notano gli iraniani che protestano, in una politica estera molto aggressiva e molto dispendiosa. Se a questo clima si aggiunge la diseguaglianza sfacciata tra la gente normale e le famiglie del regime – sui social gira una foto di una nipote dell’ayatollah Khomeini con una borsa di Dolce & Gabbana da 3.700 dollari – e la sfida crescente contro le regole islamiste (alcune si filmano mentre si tolgono il velo e ballano per strada, due gesti vietati dalla legge) si capisce perché i vertici della teocrazia sono preoccupati. La situazione è sotto controllo, ma è difficile.

     

L’interesse dell’intelligence iraniana e dei governi stranieri si concentra soprattutto sui gruppi etnici indipendentisti che da sempre si oppongono al potere centrale di Teheran. Uno è il movimento di liberazione dell’Ahwaz, la regione occidentale del Khuzestan popolata da arabi, ricca di petrolio e vicina all’Iraq. Da anni ci sono tensioni e a novembre 2017 il leader del gruppo è stato ucciso mentre era all’Aja, in Europa. Secondo l’analisi di IntelligenceOnline, un sito vicino ai servizi francesi, alcuni governi del Golfo e l’America vorrebbero rimpiazzare il leader e spingerlo a unire la sua lotta con altro gruppi simili, come quelli del Belucistan, al capo opposto del paese, e con i curdi. Negli ultimi mesi e nelle ultime settimane proprio i curdi iraniani sono diventati molto attivi, sotto il simbolo del Partito curdo per la libertà, che vuole raggiungere l’autonomia dal governo per la popolazione curda concentrata nell’est. A marzo un comandante curdo è stato ucciso a Erbil, in Iraq, da una bomba piazzata nella sua macchina e molti hanno accusato l’intelligence dell’Iran, come era successo anche nel caso del leader ucciso in Olanda.

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