Gli analfabeti che vogliono ristabilire le condizioni della guerra

Giuliano Ferrara

Pubblicammo qui tanti anni fa un saggio fortunato di Robert Kagan, studioso di politica, figlio di un grande storico della Guerra del Peloponneso, e lui stesso neoconservatore americano, una strana schiatta di gente liberal e di sinistra che per un periodo, dopo l’11 settembre del 2001, emerse alla ribalta internazionale per le sue idee neoimperiali e globalizzatrici (l’opposto di come sono poi andate le cose in America e altrove). Al centro del testo, di cui molto e molti discussero, stava l’idea che gli Americani vengono da Marte e gli Europei da Venere. I primi disposti a fare la guerra per la libertà, i secondi no. I primi dotati di una disciplina nazionale e internazionalista, i secondi accomodati in una visione provinciale, commerciale e pacifista del mondo. Era vero ed era anche, come sempre nell’ambivalenza delle cose scritte bene e con intelligenza, completamente falso.

     

Gli europei avevano perso il senso della guerra perché provenivano da Marte, questo era il risvolto detto e non detto di quanto scriveva Kagan in anni ormai lontani, e solo per questo avevano trasformato in vocazione liberale e sociale, poi dopo la Thatcher liberale e liberista, la loro identità antichissima di inguaribili attaccabrighe. Venusiani per forza di cose, per lezione dell’esperienza la più amara e disastrosa. Ora lasciamo stare le guerre di Tucidide, della polis e dello spirito greco, e quelle di Roma, il modello di ogni espansionismo e di ogni globalizzazione in nome della scoperta, della curiosità, della voglia di dominio, dell’organizzazione di diritto e statale per tutti, le guerre di Cesare e da Cesare ai Cesari, ma lungo tutta la tarda antichità, con i barbari, poi nel Medioevo con le incessanti lotte interne alla Cristianità, infine nella modernità con le guerre di religione, trent’anni, cent’anni, sette anni, guerra di successione spagnola, eccetera, per secoli l’Europa dal Cinquecento in avanti, fino alle catastrofiche due guerre mondiali del tempo che è appena alle nostre spalle, ha dato una prova di sé ferrigna e conflittuale oltre ogni misura dell’umano, altro che Venere.

    

E i marziani americani, che non hanno conosciuto il colonialismo come noi lo abbiamo orrendamente praticato in mezzo mondo, e dello schiavismo sono stati eredi di tremendo successo e non gli iniziatori, si sono rivestiti di forza e di gloria e di appetiti e di volontà di dominio, a loro volta, per metterci una toppa, dal Mayflower che fuggiva l’oppressione dei culti nel Seicento agli interventi provvidenziali nel carnaio europeo novecentesco. Marziani per modo di dire. La guerra è intrinseca alla storia umana, come sanno anche i bambini, e si intreccia con la civiltà, con la civilizzazione, pur essendo percepita come barbarie fin dai tempi eroici ed epici di Omero. Piangono sempre, gli eroi, e se le danno di santa ragione ma dubitano, provano dolore, inscrivono nel mito e nel politeismo magico la dura realtà, e affidano a rituali religiosi indefettibili il tentativo di esorcizzare gli effetti disumanizzanti del polemos. Ora con il mondo secolarizzato non esistono nemmeno più questi rituali. Ma queste sono cose da manuale. Non le conosciamo e non ci interessano più da tempo se non come reperti letterari.

 

Due generazioni di europei, grazie alla più grande classe dirigente della storia mondiale da secoli in qua, vivono e convivono con apparenti bellurie come il libero commercio, l’integrazione sovranazionale e intergovernativa, la convergenza fiscale e di riforme della struttura della società, vivono in un progressivo dilatarsi del diritto e dei diritti, non hanno eliminato il conflitto, ovvio, ineliminabile, ma lo hanno trasformato in cooperazione e competizione, lungo una direttrice che i migliori democristiani, socialisti, radicali e gaullisti degli anni Cinquanta e seguenti avevano individuato come la via d’uscita, magari sotto protezione americana e all’ombra del muro di Berlino, dalla guerra che era diventata fredda data la corposità del blocco stabilito dai comunisti sovietici dopo la vittoria di Hitler.

 

Tutto questo per settant’anni ha significato scambio linguistico, con sbavature che tormentano il senso nazionale di ciascuna delle grandi culture di cui l’Europa è fatta ma ne elevano e compiono il destino manifesto, scambio economico e finanziario, scambio di norme e di idee regolative, scambio di persone, cose, merci e capitali, scambio universitario e d’istruzione, scambio, scambio, scambio, fino all’organizzazione dello scambio nell’unione monetaria che per istinto è qualcosa a cui la maggioranza assoluta dei nostri compatrioti di patrie diverse non ha voglia di rinunciare, essendosi identificata come un culmine di potenziale e attuale prosperità.

    

Ora un governo belluino, istintuale nel senso peggiore del termine, occasionale, senza storia e con l’ambizione di durare trent’anni, come le vecchie guerre e le vecchie tirannie, una compagine di analfabeti cronici, incapaci di tutto e capaci di tutto, si è messa da Roma, dall’Italia madre del fascismo, al centro di una turbolenza che minaccia perfino Schengen, la patria di tutti gli scambi, e lavora con paesi minori di provincia inessenziali, ambigui, e con un blocco ispirato dai russi a est per demolire dall’interno l’Unione e quel che significa, dunque ristabilendo con la fine di cooperazione e competizione, nel segno delle frontiere di nuovo chiuse, le condizioni della guerra, che è sempre all’inizio un conflitto di commerci e di egemonie territoriali e di potere plebiscitario nazionale.

  

Ecco. Questa è la situazione. Direte: ma è il voto democratico che ci ha portato a questo, mentre finisce nel grottesco lo scudo protettivo americano nelle mani del cugino protezionista e isolazionista e impiccione dei nazionalisti europei, Donald Trump, e si affermano nel mondo le democrature tiranniche rivestite di demagogia e prolissità, abnormità dei poteri. Rispondo: chissenefrega, se la guerra è una scelta di popolo, e non lo è se non nella forma della turlupinatura, che sia una scelta bilaterale e la si pratichi fino in fondo, come guerra per la verità, per lo meno con gli strumenti vecchi e di noi vecchi, le parole e gli allarmi.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.