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Se a Obama piace Kagan

Barack Obama ha letto un paio di settimane fa sul settimanale New Republic le anticipazioni del saggio di Robert Kagan contro il mito del declino americano e lo ha apprezzato come assicura Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale

7 Febbraio 2012 alle 06:59

Se a Obama piace Kagan

Barack Obama ha letto un paio di settimane fa sul settimanale New Republic le anticipazioni del saggio di Robert Kagan contro il mito del declino americano, pubblicate in italiano dal Foglio il 28 gennaio e il 4 febbraio, e lo ha apprezzato come assicura Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale. Anche lui, il presidente, esclude l’attualità di un tramonto americano nel mondo: “Chiunque vi dica che l’America è in declino o che la sua influenza si è svaporata non sa di che cosa sta parlando”. Parole tratte dal recente discorso sullo Stato dell’Unione.

Kagan, saggista neoconservatore e autore di un indimenticato pamphlet del 2003 anno dell’Iraq, anch’esso pubblicato per l’Italia nel Foglio, caustico sulla differenza tra americani ed europei (i primi vengono dal bellicoso Marte mentre i secondi vengono dalla seduttiva Venere), è consigliere politico di Mitt Romney, sfidante di Obama per la presidenza. Romney accusa il capo della Casa Bianca di essere un declinista, uno che non ha più voglia di combattere per la funzione degli Stati Uniti nel mondo, guardiani dell’ordine liberale. Secondo Edward Luce, direttore dell’ufficio di Washington del Financial Times, un inglese di talento, è questa la chiave per leggere il nuovo dibattito politico nel paese più potente del mondo. Obama è in campagna elettorale e cerca di sequestrare un argomento di orgoglio nazionale e un pensiero strategico al suo competitore. Ma è maldestro. Perché Kagan parla in realtà di lui, di Obama stesso, delle sue scelte di tagliare le spese della difesa, della sua decisione militare di ritiro anticipato dall’Afghanistan, della sua politica estera e dottrina della sicurezza, che ha tra l’altro subito un rovesciamento decisivo con il rinnegamento della dottrina Petraeus sulla counterinsurgency, come ha raccontato Daniele Raineri nel Foglio di venerdì scorso.

“L’obiettivo polemico del libro di Kaganscrive Luce nel Ft – è il declinista americano; ma il capo dei declinisti americani condivide la sua tesi. Chissà, forse si tratta di una co-option (un trasversalismo, ndr), pratica in cui eccellono i presidenti. In questo caso è giusto domandarsi: ma chi guida chi?”. Per Luce il declino giudicato mitico e falso da Kagan è un dato di fatto. Corregge in negativo per l’America i dati portati da Kagan sulla quota di ricchezza prodotta dagli Stati Uniti negli ultimi quarant’anni, parla di una rapida discesa della supremazia economica di Washington negli ultimi dieci anni, mette a fuoco l’ascesa della Cina con i risultati di ricerca portati dal grande analista indiano e accademico Arvind Subramanian: la Cina potrebbe superare l’America come potere economico globale in dodici anni, anche se la sua crescita si limitasse a una media del 7 per cento annuo e quella americana toccasse la media del 3 per cento annuo.

Luce afferma, contro Kagan, la realtà dell’eclisse della tutela americana sull’ordine internazionale, tutt’ora affidato all’influenza strategica degli americani, ma giudica questo effetto sanabile da un grado maggiore di integrazione delle economie e dei sistemi strategici, compreso quello cinese. Non è contrario, come lo è il suo idolo polemico, ai tagli del Pentagono e alle nuove dottrine che si ispirano a una tattica meno invasiva di contenimento delle tensioni e delle ambizioni dei competitori storici dell’America di oggi.

Ian Buruma, il saggista olandese liberal che dedicò un saggio apprezzato ma ambiguo all’uccisione di Theo van Gogh da parte di un fanatico musulmano ad Amsterdam, avvenuto il 2 novembre del 2004, va ancora più in là. Nel Corriere della Sera di ieri scrive un lungo articolo dal titolo “Obama, Romney e la sindrome del declino”. La sua tesi, di nuovo contro Kagan, è che non ha basi “il presupposto che l’ordine mondiale rischia di disintegrarsi se venga meno la leadership americana”. Quello del primato militare americano da custodire sarebbe un “mito reazionario”, nel mondo senza il comunismo, con la guerra fredda alle spalle della storia. Ciascuno, Europa, Giappone Cina, farà da sé, e “l’aver riconosciuto i limiti dell’America, come ha fatto il presidente Obama, non è segno di pessimismo codardo ma di saggezza realistica”, perché “la più grande potenza della terra non è più in grado di imporre una soluzione (nemmeno nel medio oriente, ndr) né può arrogarsi il diritto di farlo”.

Con i dati dell’occupazione che lo confortano, posto che la crisi finanziaria europea non porti alla deriva il sistema internazionale, Obama ha molte maggiori possibilità di essere rieletto di quante gliene attribuiscano certi amari sondaggi d’opinione e indici di gradimento. Questa discussione sul declino, alimentata in modo significativo da un saggista neoconservatore che scrive chiaro e va al dunque delle questioni anche nella “seconda puntata” delle sue riflessioni strategiche, dimostra che il presidente americano in carica è un trasversalista cocciuto, capace di dare ragione a tutti, di incorporare mille e una suggestione politica, di risolvere in retorica affascinante le dure repliche della realtà storica. Fino a confondere insieme gli argomenti dei critici e dei sostenitori delle sue idee di governo, con effetti in parte surreali che il mondo occidentale potrebbe pagare in moneta sonante. Se il grande bluff sarà chiamato in modo convincente da un candidato repubblicano compos sui, magari Romney, possiamo forse sperare in una svolta nel segno della chiarezza delle scelte. Il 2012 sarà presumibilmente l’anno dello strike o del potere nucleare iraniano, non un anno qualsiasi (basta leggere nel Foglio l’inchiesta monstre di Giulio Meotti sulle radici esistenziali che ha in Israele e tra gli ebrei del mondo la linea dell’autodifesa preventiva), non sarà un anno qualsiasi. Il rischio è che brillanti operazioni di polizia (Bin Laden, Gheddafi) e brillanti discorsi e narrazioni retoriche ci istruiscano per un imprecisato meglio quando dovremmo prepararci al peggio.

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