In due circostanze Barack Obama ha fatto – direttamente o indirettamente – bella mostra di condividere le tesi di Robert Kagan contro il declino americano contenute nel libro “The World America Made” e ripubblicate in questo giornale. In entrambi i casi, però, il presidente ha concesso il suo placet teoretico mentre contemporaneamente negava nei fatti la decostruzione della mitologia declinista offerta dall’intellettuale neoconservatore e consigliere di Mitt Romney. Prima del discorso sullo stato dell’Unione, Obama ha fatto una confidenza a uso pubblico ad alcuni cronisti: ha detto che l’estratto del libro originariamente apparso su The New Republic gli è piaciuto moltissimo, tanto che si è ricavato una decina di minuti per commentarne i contenuti paragrafo per paragrafo; qualche ora più tardi, nel discorso a Camere in seduta comune, ha avuto modo di sottolineare un passaggio d’ispirazione kaganiana: “L’America è tornata. Chiunque dica il contrario, chiunque dica che l’America è in declino o che la nostra influenza è svanita non sa quel che dice”. L’opera di comunicazione è stata completata dal consigliere per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, che in un’intervista a Charlie Rose ha tessuto le lodi del “sofisticato” argomentare di Kagan, confermando l’apprezzamento presidenziale (del resto era stato l’ufficio stampa di Donilon a raccontare la conversazione obamiana a Josh Rogin di Foreign Policy, il cronista più informato del dipartimento di stato).
La sponda offerta da Kagan serve al presidente per rispondere a Romney, il frontrunner repubblicano, che in qualsiasi discorso o intervento scritto trova il modo di variare sullo stesso tema: “Il nostro presidente pensa che l’America sia in declino”; allo stesso tempo è nei fatti che Obama delude chi ripone le speranze nella sua resipiscenza neoconservatrice. Il saggio di Kagan sostiene innanzitutto che la percezione del declino americano deriva dal confronto con un mitologico passato di gloria ingigantito dall’effetto distorcente dello specchietto retrovisore, in seconda battuta l’idea del declino è, appunto, un’idea, un assetto mentale che cospira alla marginalizzazione del ruolo dell’America, depauperata dall’eccezionalismo che la distingue. Come dice Charles Krauthammer, ripreso da Kagan, “il declino è una scelta”. L’Amministrazione Obama di recente ha diramato una nuova revisione strategica modellata sui 487 miliardi di dollari che verranno tagliati dal budget del Pentagono nei prossimi dieci anni, e il segretario della Difesa, Leon Panetta, ha imprudentemente anticipato la fine delle operazioni militari in Afghanistan al 2013, l’anno precedente rispetto alla timeline fissata da Washington. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, è stato costretto a una serpentina verbale per far concordare le parole di Panetta con il messaggio di Obama. Sullo sfondo c’è anche il ritiro delle truppe dall’Iraq, vicenda nella quale l’Amministrazione non è riuscita a concordare con il governo di Baghdad la transizione graduale che gli stessi generali invocavano. Per questo Kagan, parlando con un cronista del Time, ha detto che vede lo scopo politico che si cela dietro ai complimenti di Obama, che il ritiro dall’Iraq è stato un “disastro” e la visione di un’America ancora rilevante nonostante i cavalieri dell’apocalisse americana abbiano cavalcato per anni dovrebbe essere sostenuta in modo più convincente con provvedimenti in questa direzione. L’antideclinismo di Kagan si trova così stretto fra gli spin doctor dell’Amministrazione che imbracciano una retorica ispirata dall’eccezionalismo americano e i policymakers democratici che dal budget ai dissensi sul ritiro delle truppe recidono ogni sua possibilità di dispiegarsi nella realtà.
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