Trump bastona ancora la Nato, via lettera (e non solo)

Mattia Ferraresi

New York. L’acrimonia di Donald Trump verso il sistema tradizionale di alleanze e le istituzioni internazionali si esprime in molte forme: un giorno l’aggressione protezionista ai principi del libero scambio e agli organi che li tutelano, un altro l’offerta-boutade lanciata a Emmanuel Macron di lasciare l’Unione europea, un altro ancora i toni aggressivi sulla Nato, alleanza già definita “obsoleta” durante la campagna e sempre sotto la lente di Washington, che vorrebbe più impegno economico da parte degli alleati. Con Trump la richiesta, avanzata in diverse forme dalle precedenti amministrazioni, ha assunto i toni ruvidi dell’imposizione, della minaccia e del ricatto.

 

In vista del summit della Nato della settimana prossima a Bruxelles, la Casa Bianca ha inviato a diverse cancellerie dei paesi membri lettere di protesta per il rifiuto degli alleati di alzare l’asticella della spesa per la difesa verso quel due per cento del pil che è l’obiettivo previsto dal patto e disatteso dalla stragrande maggioranza dei membri.

 

Le notizie intorno alle lettere, inviate all’inizio di giugno, circolano da settimane, ma con l’approssimarsi del summit filtrano dettagli che testimoniano la rinnovata aggressività dei toni. Il segno che Trump stia lavorando a un cambio di marcia, almeno a livello retorico, è che la Casa Bianca ora evoca eventuali conseguenze di un mancato adeguamento dei contributi per l’alleanza. L’America, dicono in varie forme e gradazioni le missive firmate dal presidente, potrebbe modificare i termini della sua presenza militare a livello globale, diminuendo il dispiegamento di forze su cui gli alleati fanno affidamento.

 

Ad Angela Merkel ha scritto: “Come abbiamo discusso nella visita in aprile, negli Stati Uniti c’è una crescente frustrazione per il fatto che gli alleati non si sono impegnati come avevano promesso. Gli Stati Uniti continuano a stanziare più risorse per la difesa dell’Europa mentre tutto il continente, inclusa la Germania, sta bene e le sfide alla sicurezza non mancano. Tutto questo non è più sostenibile per noi”. Le manchevolezze della Germania sono aggravate dal suo ruolo di prima economia dell’Ue e “role model” del continente: la ritrosia di Berlino legittima il disimpegno degli altri stati membri. La frustrazione “non si limita al ramo esecutivo, ma riguarda anche il Congresso”, ha aggiunto Trump, per trasmettere l’impressione che l’insoddisfazione per lo scarso impegno degli alleati è un sentimento diffuso e condiviso.

 

La minacciosa preparazione del vertice è in linea con la rappresentazione trumpiana del mondo: l’America è la piggy bank a cui tutti gli alleati-parassiti si affidano per qualsiasi cosa, dalla sicurezza alla tutela degli accordi commerciali. Alle comunicazioni formali il presidente ha affiancato anche il lavorio del consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, che ha organizzato l’incontro con Vladimir Putin giusto a ridosso del summit dell’alleanza atlantica e sta lavorando con gli alleati per ottenere impegni di incremento della spesa. Si è parlato anche di questo nell’incontro con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta del 26 giugno a Roma. Trenta ha spiegato in un’intervista a Defense News che l’Italia va nella direzione del raggiungimento della soglia del 2 per cento del pil, e allo stesso tempo lavora per una diminuzione della presenza di soldati nella missione in Afghanistan. Per Trump l’incontro con gli alleati della settimana prossima non è che un’altra occasione per dare una picconata al blocco occidentale e alla postura internazionalista che lo sostiene. Le rimostranze americane arrivano negli stessi giorni in cui il presidente iraniano, Hassan Rohuani, cerca di convincere i paesi europei a mantenere il patto nucleare stracciato da Trump, altrimenti si tornerà all’arricchimento. L’ennesimo motivo di frizione nell’infragilito asse transatlantico.

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