Trump si fa beffe delle contromisure e rilancia la linea protezionista

Mattia Ferraresi

New York. Chi pensava che la durissima linea protezionista di Donald Trump non fosse altro che un bluff tattico per spaventare e ottenere concessioni immediate da avversari e alleati senza leve negoziali ora è costretto a rivedere le proprie certezze. Il presidente prosegue nel proclamare la politica dei dazi finché le regole commerciali non saranno “fair”, agita di nuovo la minaccia dell’estensione delle tariffe alle automobili (“possiamo parlare di acciaio, possiamo parlare di tutto, ma la questione grossa sono le macchine”) e vanta una presunta posizione di forza verso tutti gli altri paesi che nel frattempo prendono contromisure: “Tutti i paesi chiamano ogni giorno dicendo ‘facciamo un accordo’. Tutto andrà a meraviglia”, ha detto in un’intervista su Fox News. La settimana scorsa qualche fonte della Casa Bianca aveva lasciato trapelare, forse in modo calcolato – ma distinguere fra i calcoli e gli incidenti è un’impresa – che nell’ultimo incontro con Emmanuel Macron, Trump aveva addirittura lanciato l’idea di una “Frexit”, ipotesi che avrebbe permesso a Parigi di ottenere migliori condizioni commerciali con gli Stati Uniti. Quando si tratta di dividere l’Europa, non c’è occasione che il presidente si lasci sfuggire, ma le minacce di una guerra commerciale sono indirizzate a tutti e aumentano in presenza di contromisure. Domenica il Canada ha annunciato dazi per 12,6 miliardi di dollari su prodotti americani e la Cina si prepara a mettere tariffe su beni per 34 miliardi di dollari in risposta a una manovra di simile entità che la Casa Bianca annuncerà venerdì.

 

Nel frattempo l’Unione europea ha castigato la politica di Trump che impone “di fatto una tassa ai consumatori americani” e in un documento di undici pagine recapitato a Washington minaccia di alzare barriere su prodotti americani per 290 miliardi se Trump davvero oserà fare protezionismo sul mercato delle automobili. “Misure protezioniste – si legge nel documento – metterebbero a rischio la crescita americana, influenzando negativamente l’occupazione senza migliorare la bilancia commerciale”. Inoltre, l’imposizione di dazi sulle auto “danneggerebbe ulteriormente la reputazione degli Stati Uniti”. Reazione di Trump: “L’Unione europea è probabilmente cattiva quanto la Cina, soltanto che è più piccola”.

 

A complicare lo scenario da guerra commerciale c’è l’elezione in Messico di Andres Manuel Lopez Obrador, leader populista di sinistra che ha promesso di dare battaglia alla superpotenza confinante. Trump si è limitato a twittare oblique congratulazioni al neo presidente (“molto deve essere fatto a beneficio sia degli Stati Uniti che del Messico”) e a rimandare la trattativa sul Nafta a dopo le elezioni di midterm. Non è la fine dell’esposizione delle armi da parte di Trump nella trade war incipiente: la bozza di un progetto di legge sulla politica commerciale è è arrivato nelle mani dei giornalisti di Axios. Il testo, la cui preparazione è stata ordinata dal presidente in persona a maggio, in sostanza mette le basi per la violazione sistematica delle regole del Wto, permettendo agli Stati Uniti di negoziare in modo bilaterale, stato per stato, le condizioni commerciali. I due pilastri sovranisti della bozza sono: il principio per cui ogni stato può fare gli accordi che vuole al di fuori dei trattati internazionali e la possibilità di modificare i tetti sugli accordi già definiti. Diversi fra gli stessi autori del testo dicono che è un piano irrealistico e morto in partenza, ma chi ci crede sul serio è Peter Navarro, il crociato protezionista che negli ultimi mesi ha preso la testa dei consiglieri di Trump sul tema. Si è allineato a Navarro anche Wilbur Ross, segretario al Commercio che ieri ha detto perentorio: “Nessuna performance negativa dei mercati farà cambiare la politica commerciale di Trump”

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