Nel paese dei giornali non si legge più. E’ un disastro per la sinistra

Giulia Pompili

Roma. Nel paese in cui il populismo non esiste, il Giappone, ci sono politici che imparano in fretta. Il vice primo ministro, nonché ministro delle Finanze di Tokyo, Taro Aso, è un personaggio che perfino l’occidente ha imparato a conoscere nel corso della sua carriera politica. E questo grazie alla sua capacità di arringare i suoi sostenitori con le parole che vogliono sentirsi dire: una vecchia volpe, insomma. E’ lui che qualche anno fa, per promuovere la difficile riforma costituzionale giapponese – quella che dovrebbe trasformare le Forze di autodifesa in un esercito regolare, e quindi considerata una riforma antipacifista – ha detto che i legislatori nipponici avrebbero dovuto ispirarsi a Weimar: cambiare la Carta giapponese lasciando che tutti se ne accorgano ormai a cose fatte. Ed è sempre lui ad aver trovato la soluzione per la spesa pensionistica nel paese più vecchio del mondo: facile, ha detto Aso, cari nonni, sbrigatevi a morire.

 

Domenica scorsa poi, durante un comizio a Shibata, nella prefettura di Niigata, ha detto quel che noi forse sospettavamo da tempo: “Gli adolescenti, i ventenni e i trentenni di oggi sono le persone che leggono di meno i giornali”, ha detto Aso. “E tutti quelli che non leggono i giornali sostengono il Partito liberal democratico”, il partito di maggioranza al governo. “Dunque sarebbe meglio evitare di finanziare i giornali tramite gli abbonamenti”. In altre parole: se vi informate con regolarità sui giornali è chiaro poi che il partito conservatore rischia di perdere consensi, perché magari il lettore/elettore riesce a costruirsi un’idea politica più elaborata del mero calcolo di simpatia.

 

Secondo i dati pubblicati dall’Associazione giapponese degli editori, oggi il 47,4 per cento dei ventenni maschi e il 52,1 per cento delle ventenni femmine non legge mai un giornale nemmeno per sbaglio: un dato preoccupante considerato che tra i sessantenni, solo il 10,9 per cento degli uomini e il 9,8 per cento delle donne dice di non leggerlo. E se la guerra ai giornali prende piede pure lì, in un luogo dove il maggior quotidiano, lo Yomiuri shimbun, ha una diffusione da 21 milioni di copie al giorno, significa che la campagna personale del presidente americano Donald Trump è ormai sdoganata pressoché ovunque, e oggi prendersela con giornali, giornalisti e media sembra un’attività non più da autocrazia ma da democrazia matura.

 

La comunicazione politica si è spostata dai quotidiani ai social network – ben più controllabili – e anche il mito giapponese inizia a vacillare. Del resto Taro Aso ha sempre sofferto le critiche, anche dei giornali più vicini al suo partito. Primo ministro tra il 2008 e il 2009, oggi guida una corrente piuttosto numerosa all’interno del Partito liberal democratico. Secondo le malelingue, gran parte di questa influenza viene dall’essere diretto discendente di famiglie legate alla politica e alla Casa imperiale (come nella migliore tradizione politica giapponese) ma anche dalla sua enorme ricchezza economica dovuta al controverso business di famiglia: l’estrazione mineraria. Aso è un fedelissimo del primo ministro Shinzo Abe, tanto da essere stato coinvolto mesi fa nella manipolazione dei documenti ministeriali che avrebbero aiutato Abe a uscire da uno scandaluccio interno. Aso non è famoso soltanto per i suoi abiti sartoriali, ma anche per parlare alla pancia della gente: quando il #MeToo si è affacciato in una società maschilista e conservatrice come quella giapponese, lui ha preso le parti degli uomini minacciati dalle donne troppo indipendenti o incapaci di dire di no (un dettaglio interessante, nella lingua giapponese, che impone alle femmine perfino un vocabolario più sfumato, per evitare una presa di posizione netta). Quando uno scandalo sessuale ha colpito Junichi Fukuda, viceministro delle Finanze, Aso ha detto che Fukuda avrebbe dovuto essere considerato la vittima, e che comunque “le molestie sessuali non sono un reato”. Poi però i giornali hanno indagato, hanno trovato le prove. Di fronte all’evidenza, Taro Aso si è scusato. Non tanto per pentimento, quanto perché la sua linea andava a sbattere contro la politica femminista abbracciata da Shinzo Abe. Solo realpolitik.

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