Ma quale svolta, sui migranti vince la linea di Orban e Macron

David Carretta

Bruxelles. Doveva essere il vertice del “cambio radicale” della politica europea sulle migrazioni, del superamento di Dublino e del principio della responsabilità del paese di primo ingresso, dell'Italia non più lasciata sola in Europa, degli altri paesi che aprivano i porti e accoglievano i migranti salvati in mare, dei centri di sbarco nel Nord Africa per impedire alle imbarcazioni cariche di disperati di attraccare sulle coste italiane. E invece nulla di tutto questo. Entrato al vertice come un nuovo Viktor Orban, minacciando veti e bloccando le conclusioni su difesa e commercio, Giuseppe Conte ne è uscito alle 5 del mattino a braccetto con Emmanuel Macron. Non perché il presidente francese abbia accettato le richieste dell'Italia, se non qualche passaggio annacquato e simbolico nelle conclusioni finali.

 

 

Macron ha abilmente trascinato Conte verso la soluzione proposta sin dall'inizio dalla Francia: quella degli hotspot sotto bandiera europea – chiamati “centri controllati”, cioè chiusi – nei paesi di primo ingresso – Italia, Spagna e Grecia – dove smistare e separare richiedenti asilo, che saranno condivisi in base alla solidarietà, e migranti economici, che saranno rimpatriati. L'Italia può scegliere di partecipare a questo esercizio “volontario”. Ma con una conseguenza: solo i paesi che hanno i “centri controllati” potranno beneficiare della ripartizione dei richiedenti asilo tra alcuni paesi europei (anche qui è tutto volontario) e dei fondi dell'Ue per effettuare i rimpatri dei migranti economici. Le piattaforme di sbarco extra-Ue ci sono, ma con talmente tanti paletti (tra cui il via libera dei paesi del Nord Africa) che tutti sanno essere insormontabili. Il Trust Fund per l'Africa ha ottenuto 500 milioni in più, da dedicare in parte alla Guardia costiera libica, ma a spese del Fondo europeo di Sviluppo che finanzia i paesi poveri. E sul superamento di Dublino? Ha vinto Orban, che ha imposto al Consiglio europeo di non fissare una scadenza per trovare un accordo e di decidere per consenso (all'unanimità) invece che con il voto a maggioranza previsto dal Trattato.

 

L'accordo tra Conte e Macron è arrivato nella tarda serata di ieri, dopo che l'Italia si era trovata sola contro 27 a bloccare le conclusioni del Consiglio europeo. Il premier italiano è stato pesantemente criticato da diversi leader per l'atteggiamento non cooperativo con linee rosse e minacce di veto. "Lei è un professore di diritto, e io ero un saldatore in una cittadina del Nord della Svezia, ma so che lei non si sta comportando in modo appropriato", avrebbe detto il premier della Svezia, Stefan Löfven. Fatto il compromesso con Macron, Conte si è poi trovato di fronte all'opposizione di Viktor Orban. “Conte e Macron preparano un piano e chi lo boccia? Viktor, il miglior amico di Matteo Salvini”, ha ironizzato un diplomatico. Solo dopo otto ore di negoziati, quando il gruppo di Visegrad ha ottenuto la garanzia che tutta la solidarietà è volontaria, c'è stato il via libera dei 28. “Da questo Consiglio esce una Europa più responsabile e solidale, l'Italia non è più sola”, ha detto Conte.

 

L'Italia aprirà centri controllati di migranti (gli hotspot Ue)? "E' una decisione che ci riserveremo a livello governativo in modo collegiale. Direi che non siamo assolutamente invitati a farlo", ha risposto Conte. Pochi secondi prima, il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, aveva spiegato che le conclusioni del Consiglio europeo permettono a Italia e Grecia di installare campi chiusi. Macron si è detto comunque soddisfatto, cercando di prestare soccorso ad Angela Merkel. “In molti avevano previsto un mancato accordo, in molti avevano previsto il trionfo di soluzioni nazionali, questa sera sono state trovate soluzioni europee”, ha spiegato il presidente francese. Ma sulla questione dei movimenti secondari, decisiva per il futuro della cancelliera, non c'è molto nelle conclusioni. "Dopo un'intensa discussione sul tema più difficile per l'Unione europea, cioè le migrazioni, il fatto di aver concordato un testo comune è un buon segnale", ma "abbiamo ancora molto lavoro da fare per superare le divisioni", ha detto la cancelliera. Divisioni a Bruxelles, come a Berlino.

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