Le disgrazie di Putin tormentano l’inizio del suo quarto mandato

Micol Flammini

Roma. Vladimir Putin conosce bene la strada che porta al Cremlino. Lunedì non avrà difficoltà ad affrontare la quarta inaugurazione di un suo mandato presidenziale. Conosce la sala di Sant’Andrea, non ha voluto cambiarla nonostante il suo staff gli avesse proposto di fare qualcosa di diverso, magari nella piazza Ivanovskaya, all’aperto, per variare. Sa che dovrà entrare dopo che i soldati avranno portato la bandiera, sa che dovrà fare un discorso e soprattutto dovrà definire le linee guida del prossimo governo. Quello che Putin non sa è come si esce dal Cremlino e se questa quarta inaugurazione avrà qualcosa di diverso è proprio questo: nessuna parata, nessuna sfilata in giro per la città, le strade questa volta rischierebbero di essere vuote. Sembra essere rimasto intrappolato lì dentro a tal punto da non rendersi conto che la posizione interna ed esterna della Russia è cambiata nel giro di un mese. Questo quarto mandato ha un sapore strano per lui, quello della sfortuna, alla quale non era abituato. E’ iniziato con un incendio nella città siberiana di Komerovo, dove un centro commerciale non a norma è andato in fiamme e sono morte 64 persone. E’ proseguito con il tentativo di bloccare Telegram, l’app di messaggistica istantanea in difesa della quale sono scese in piazza, solo a Mosca, tredicimila persone. Poi ci sono le sanzioni, il tradimento di Oleg Deripaska, l’oligarca amico di Putin che per salvare la Rusal, il gigante dell’alluminio sanzionato dagli Stati Uniti, ha deciso di cedere la sua quota e lo ha fatto senza consultare il Cremlino. C’è il medio oriente, nel quale i russi si sono incastrati per i giacimenti petroliferi e ora c’è l’Ucraina, che Trump ha deciso di armare per combattere i ribelli filorussi nella parte orientale. 

 

Tutto è arrivato velocemente, in modo confuso, per Putin, che lunedì dovrà far capire quale strada intende percorrere durante questo suo quarto mandato. Due sono le possibilità: una porta alla stagnazione, l’altra al cambiamento. La prossima settimana il primo ministro Dmitri Medvedev rassegnerà le dimissioni e al presidente spetterà il compito di nominarne uno nuovo. Vladimir Putin potrebbe scegliere di assegnare l’incarico nuovamente a Medvedev, l’umbratile controfigura del presidente. “In questo modo assicurerebbe continuità con il precedente mandato – spiega al Foglio Andrei Kolesnikov del Carnegie Moscow center – e questi sei anni saranno un periodo di stagnazione permanente”. La riconferma dello stesso primo ministro porterebbe anche alla riconferma degli altri ministri e assicurerebbe alla Russia un percorso di “deglobalizzazione”, come lo hanno chiamato gli economisti Evsei Gurvich e Sergei Guriev. La Russia continuerebbe a isolarsi, a esibire i muscoli ormai senza tono – il fallimento del blocco di Telegram mostra che non è una potenza informatica e il taglio delle spese militari che sta perdendo anche la vis bellica – e le sanzioni occidentali la stanno tagliando fuori dai mercati globali. Sul fronte interno, la World Bank e l’Fmi hanno spesso indicato la necessità di avviare delle riforme in materia di politiche sociali: alzare l’età pensionabile, aumentare i fondi per le infrastrutture, la sanità e l’istruzione.

 

Il precedente governo non ha pensato che tutto ciò fosse necessario e probabilmente potrebbe continuare a pensarla così per altri sei anni. Eppure, come nota Kolesnikov, se a Putin venisse data la possibilità di ricandidarsi per un quinto mandato forse vincerebbe: “I russi hanno un atteggiamento distaccato nei confronti della politica, votano per inerzia, come se le autorità non avessero nulla a che fare con la quotidianità”. Ma c’è un’altra strada che lunedì, a sorpresa, il presidente potrebbe decidere di percorrere, quella del cambiamento che iniziarebbe soltanto da un rimpasto di governo. Fuori il fedele Medvedev che i russi non amano ma tollerano e magari Putin potrebbe offrire la carica a una donna: Elvira Nabiullina, direttrice della Banca centrale russa. Nel nuovo esecutivo potrebbe entrare l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin, direttore del Center for strategic research, che ha già presentato la sua politica economica fatta di ulteriori tagli per le spese militari e fondi per sanità e istruzione. Kudrin non è amato da Medvedev, il sentimento è reciproco e la coesistenza dei due rischia di essere difficile, come difficile potrebbe essere anche la convivenza di Kudrin con l’attuale ministro della Difesa, Sergei Shoigu. Shoigu ama la guerra, indossa sempre la divisa, che possa accettare l’idea di rinunciare agli armamenti è forse impossibile.

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