Perché il Washington Post pubblica articoli di lode a Xi Jinping?

Eugenio Cau

Roma. “Democracy Dies in Darkness” recita il motto subito sotto la testata – cartacea e online – del Washington Post, fatto aggiungere circa un anno fa come risposta orgogliosa agli attacchi di Donald Trump contro la stampa libera. Senza la luce del giornalismo intransigente, recita il motto, la fiaccola della democrazia rischia di “morire nell’oscurità”. Da quando Trump ha annunciato la sua candidatura alla presidenza americana, complici le tasche profonde e il know-how tecnico del proprietario Jeff Bezos, il Washington Post ha conosciuto un aumento importante di ricavi e di scoop e, a giudicare dalla rabbia di Trump nei confronti di Bezos, sta assolvendo con fin troppo zelo il ruolo di sentinella della democrazia.

  

Forse i lettori del Post si saranno stupiti, dunque, quando lunedì il loro giornale ha pubblicato un articolo di lode sperticata al leader di uno dei paesi più autoritari del mondo, il presidente cinese Xi Jinping. L’articolo, un op-ed dell’imprenditore shanghaiese Eric X. Li, giustifica la decisione del leader cinese di eliminare il limite dei due mandati presidenziali per garantirsi la possibilità di governare indefinitamente. Gli osservatori occidentali hanno visto in questa decisione il passaggio della Cina a un sistema dittatoriale classico, ma per Li si tratta semplicemente di un modo per garantire l’efficienza e sveltire i processi. Il fatto, spiega Li, è che il Partito comunista cinese è “una delle più complesse ed efficaci istituzioni di governo del mondo e, probabilmente, della storia”, mentre Xi Jinping “ha fatto più per la Cina in cinque anni di quanto Bill Clinton, George Bush e Barack Obama abbiano fatto in 25”. I tre presidenti, con le loro “riforme lente e incompetenti”, hanno dilapidato il vantaggio strategico degli Stati Uniti, mentre Xi ha “il tasso di gradimento interno più alto di qualunque altro leader mondiale”: “nel suo stato attuale”, conclude Li, “la democrazia liberale sembra incapace di produrre un leader che valga anche soltanto la metà” di Xi Jinping.

  

Verrebbe da dire che l’articolo è il frutto di una fascinazione recente dell’occidente nei confronti dei leader autoritari, da Xi a Vladimir Putin all’ungherese Orbán, ma secondo molti esperti è peggio: è propaganda cinese. Li è un noto apologeta del regime comunista, e il suo pezzo è stato pubblicato sul WorldPost, un inserto geopolitico che il Washington Post fa curare al think tank Berggruen Institute, che ha rapporti più che cordiali con il Partito comunista. I suoi dirigenti sono stati ricevuti da Xi Jinping in persona e collaborano con gli enti e le pubblicazioni del Partito. Articoli come quello di Li fanno parte di una strategia di estensione del soft power cinese che spesso è riassunta con una massima di Mao Zedong: “prendere in prestito una barca per navigare nell’oceano” (ossia: raggiungere un obiettivo con mezzi altrui). Il Washington Post pubblica da anni China Watch, un inserto periodico curato dal China Daily, giornale in lingua inglese del Partito comunista cinese. Anche questa è un’operazione di soft power, ovviamente, ma è raro che gli articoli siano sfacciati come quello di Li.

  

Niente di illegale, sia chiaro. Ma ecco, trovare sul giornale sentinella della democrazia lodi sperticate a un regime comunista tutt’altro che democratico non è esattamente quello che ci si aspetterebbe – specie quando proprio il Washington Post, come molti altri giornali americani, ha pubblicato articoli preoccupati in questi anni sull’influenza del soft power cinese sulle istituzioni occidentali, dagli Istituti Confucio nelle università, ritenuti dagli americani un centro di propaganda più che di istruzione, all’attività di lobbismo filo Pechino che ha interessato l’Australia e la Nuova Zelanda. In quest’epoca di guerre commerciali, il primo vantaggio della Cina è che nel tempo è riuscita a costruire molte armi per indebolire il modello occidentale agli occhi degli occidentali stessi. 

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