Nell’uovo di Pasqua di Trump c’è la fine del bluff sui dreamers

Enrico Cicchetti

Il presidente americano Donald Trump ha trascorso la Pasqua nel suo resort di Mar-a-Lago, con una piccola consorteria di aiutanti. La mattina di domenica l'ha passata a twittare una serie di post infuocati. Ha accusato i democratici e il governo messicano di alimentare un flusso sempre più "pericoloso" di immigrati clandestini. Poi ha ha minacciato di abbandonare il Nafta, il trattato di libero scambio nordamericano, e ha detto che non si farà alcun accordo sui dreamers, come invece aveva promesso nei mesi passati. Già a gennaio, Trump aveva fatto circolare la notizia della “probabile morte” del compromesso con i democratici per risolvere la questione dello status dei clandestini entrati negli Stati Uniti quand’erano minorenni. Ieri ha scritto che "i repubblicani devono scegliere l'opzione nucleare per approvare leggi severe ADESSO. NO MORE DACA DEAL!".

   

  

Nel gergo di Capitol Hill, l'"opzione nucleare" è un cambiamento dei regolamenti del Congresso, senza un consenso bipartisan. In questo caso allo scopo di interrompere il Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca), quel provvedimento voluto da Obama nel 2012 con cui i giovani giunti irregolarmente negli Stati Uniti da minorenni hanno avuto accesso a uno status di immigrato regolare.

     
La fine del bluff sul Daca?

Domenica mattina, mentre andava in una chiesa di Palm Beach, Trump è stato assediato dai giornalisti che volevano chiarimenti sui suoi tweet incendiari. Il presidente non ha risposto ma ha ribadito che "il Messico deve aiutarci al confine e molte persone stanno arrivando perché vogliono approfittare del Daca".

  

  

Non è chiaro, scrive il Washington Post, se i tweet rappresentino un vero cambio nella politica trumpiana sull'immigrazione o se siano i soliti attacchi che è abituato a fare dopo aver letto un articolo o aver visto un programma televisivo. I nuovi post di Trump sembrano infatti la risposta ai report secondo cui un'enorme "carovana" di centroamericani si sta facendo strada attraverso il Messico per entrare negli Stati Uniti, sperando di ottenere asilo. Un argomento che è stato affrontato nel programma "Fox and Friends" da Brandon Judd, il presidente del National Border Patrol Council.

 

 

Insieme a Trump, nel resort di Palm Beach, c'era anche Stephen Miller, un consulente politico di alto livello. Un falco che ha plasmato in buona parte la linea dura sull'immigrazione e che, tra una partita a golf e un servizio di Fox, potrebbe avere influenzato la furia twittarola di questo fine settimana. Impossibile dire se i cinguettii presidenziali siano una vera dichiarazione politica e quali conseguenze potrebbero avere. Pare però essere crollato il bluff col quale The Donald aveva tenuto finora all'amo i democratici, su un tema che più di ogni altro galvanizza l'elettorato.  

      

 

L'anno scorso Trump aveva annunciato l'interruzione del programma ma i tribunali federali hanno bloccato parzialmente la revoca. A quel punto il presidente è stato costretto a dichiarare di essere pronto a negoziare con i democratici. Tuttavia, che questa apertura fosse un bluff si è iniziato a notare quando il presidente ha iniziato ad allontanarsi da potenziali accordi che, a suo dire, non includevano riforme abbastanza stringenti sull'immigrazione. Come scrivevamo sul Foglio a gennaio, l'accordo sul Daca era l'architrave della tortuosa trattativa con i democratici con la quale Trump intendeva dare spazio a una riforma “comprensiva” sull’argomento. Il decreto di protezione dei dreamers è diventato così la merce di scambio fondamentale nelle intricate trattative fra la Casa Bianca e il Congresso. In cambio di concessioni sui dreamers Trump vuole nuovi investimenti sulla sicurezza, finanziamenti per il muro al confine tra Stati Uniti e Messico e altri espedienti per mettere fine all’“immigrazione a catena”.  

    

Secondo un recente report del Washington Post, il presidente americano è frustrato dal fatto che la sua proposta di costruzione del muro non abbia ottenuto il sostegno sperato – ultimamente ha anche proposto di tirarlo su con i fondi del Pentagono. Come Tara Golshan ha spiegato su Vox, le forze armate probabilmente non saranno in grado di accettare la richiesta di Trump, perché il denaro che è stato dato loro dal Congresso è destinato a programmi specifici che non comprendono la frontiera. 

  

L'attacco al Messico e al Nafta

Un analogo attacco, Trump l'ha diretto contro il Messico, che secondo lui "sta facendo molto poco, se non proprio niente, per impedire alle persone di passare attraverso il proprio confine meridionale per poi dirigersi negli Stati Uniti". Per l'inquilino della Casa Bianca, i messicani "devono fermare il grande flusso di droga e persone, o fermerò la loro mucca da mungere, il Nafta". Stati Uniti, Messico e Canada sono imbottigliati in difficili negoziati per una ristrutturazione – che nei progetti di Washington dovrebbe richiedere pochi mesi di lavoro – di quell'accordo di libero scambio, che per entrare in vigore ha invece richiesto un paio d'anni di anni di trattative dettagliate.

  
Il presidente Trump e il suo capo negoziatore commerciale, Robert Lighthizer, hanno stabilito una serie di scadenze cruciali che si stanno rapidamente avvicinando. Le esenzioni temporanee dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dovrebbero scadere il primo maggio e l'Amministrazione sta usando questa scadenza come randello per ottenere concessioni dalle nazioni coinvolte. 
Dietro la rapida escalation c'è la promessa trumpiana di stralciare quegli accordi commerciali globali che non funzionavano per gli Stati Uniti e riscriverli per favorire le imprese e i lavoratori domestici. Con le elezioni di mid term che si apprestano, Trump sta cercando di ottenere accordi che facciano appello alla sua base e contribuiscano a mantenere il controllo repubblicano sul Congresso. Se la strategia funzionasse, potrebbe dare carburante alla più grande riscrittura delle regole commerciali in tutto il mondo, dalla creazione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Ma ci sono anche rischi significativi: accordi affrettati potrebbero fare ben poco per risolvere i problemi americani sul lungo termine. Nuove tariffe potrebbero spingere i principali partner commerciali degli Stati Uniti a innescare una guerra commerciale o un serio confronto geopolitico. I tweet del presidente sembrano anche in contrasto con alcuni passi distensivi fatti la scorsa settimana da membri della sua amministrazione: solo cinque giorni fa, il segretario alla sicurezza nazionale, Kirstjen Nielsen, aveva incontrato il presidente messicano Enrique Peña Nieto per discutere di sicurezza e commercio.

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